Si muove qualcosa sull’illegale occupazione di Israele dei territori palestinesi

Finalmente si muove qualcosa che non sia una sterile dichiarazione o una pronuncia (in senso ampio) della giustizia internazionale regolarmente ignorata.
Il 18 settembre 2024 l’Assemblea Generale dell’ONU adotta una risoluzione (A/RES/Es-10/24) con la quale, tra l’altro:
- chiede a Israele di porre fine alla sua illegale presenza nei Territori Palestinesi Occupati (Cisgiordania), sospendere ogni nuovo insediamento di coloni negli stessi Territori, evacuare gli insediamenti esistenti, rispettare gli ordini della Corte Internazionale di Giustizia (caso Sud Africa vs Israele riguardante l’accussa di genocidio contro i palestinesi di Gaza) e non impedire al popolo palestinese l’esercizio del diritto all’autodeterminazione;
- richiama gli Stati membri al rispetto dei loro obblighi, fra cui, quelli di non commerciare con Israele con riferimento ai Territori Occupati e di impedire relazioni commerciali o investimenti che possano favorire il mantenimento dell’illegale occupazione.
A gennaio di quest’anno, a Bogotà (Colombia) si costituisce un gruppo di Stati autodefinitosi “Gruppo dell’Aia” che dichiara il suo intento di:
- sostenere la menzionata risoluzione ONU e le richieste della Corte Penale Internazionale (mandati d’arresto, per crimini di guerra e contro l’umanità, nei confronti di Benjamin Netanyahu e dell’ex ministro della Difesa Yoav Gallant);
- impedire l’arrivo di qualsiasi aiuto militare a Israele in caso di chiaro rischio di uso in violazione del diritto internazionale umanitario o del divieto di genocidio;
- adottare ulteriori misure per porre fine all’occupazione israeliana dello Stato di Palestina e rimuovere gli ostacoli all’autodeterminazione del popolo palestinese.
Il 16 luglio 2025, sempre a Bogotà, si svolge una conferenza del Gruppo, cui partecipano 30 Stati di vari continenti. Tra questi si contano quattro Stati membri dell’Unione Europea (Irlanda, Spagna, Portogallo e Slovenia) più la Norvegia. Tutti concordano sulla necessità di adottare iniziative che vadano oltre le solite dichiarazioni di condanna e di porre fine all’impunità di cui Israele ha goduto finora.
Il Gruppo annuncia, quindi, una serie di misure, da adottarsi sulla base delle rispettive legislazioni interne, tra cui:
- impedire fornitura o trasferimento di armi, munizioni, carburante militare, equipaggiamento militare e prodotti a duplice uso a Israele;
- impedire transito, attracco e manutenzione di navi in qualsiasi porto, in tutti i casi di chiaro rischio che la nave venga utilizzata per trasportare armi, munizioni, carburante militare, equipaggiamento militare e prodotti a duplice uso a Israele;
- rispettare gli obblighi di garantire l’accertamento delle responsabilità per i crimini più gravi ai sensi del diritto internazionale, a livello nazionale o internazionale;
Inoltre, dodici Stati del Gruppo si sono impegnati a eseguire immediatamente le misure concordate, adeguando in coerenza i rispettivi sitemi legali e amministrativi e hanno fissato il 20 settembre prossimo, in coincidenza con l’ottantesima Assemblea Generale ONU, come scadenza per altri Stati di unirsi a loro.
Il Presidente colombiano, Gustavo Pedro, ha dicharato che le misure concordate mostrano come il Gruppo non consentirà più che il diritto internazionale sia considerato come facoltativo e le vite dei Palestinesi come qualcosa di cui si possa disporre a piacimento. (vedi https://thehaguegroup.org/)
Qualche tempo fa, una simile iniziativa sembrava impensabile ma Israele è riuscito a inimicarsi la stragrande maggioranza dell’opinione pubblica, anche occidentale, e ora ha “costretto” diversi governi, anche occidentali, non solo a condannare apertamente la sua condotta, dichiarata sempre più spesso e con sempre minori remore come genocidiaria (come, a mio avviso, sicuramente è), ma anche a passare all’adozione di misure concrete mai neppure immaginate in precedenza.