L’intervento di Manlio Leonardi sul volontariato a porte chiuse

“La pena deve tendere alla rieducazione del condannato” così recita l’articolo 27 della Costituzione.
Ma chi può contribuire, concretamente, a questo processo di rieducazione? Certamente una delle risposte sono i club service, come i Lions, che mettono a disposizione le loro professionalità e le loro competenze attraverso la promozione di iniziative di volontariato.
Incoraggiati dalla normativa italiana che prevede la partecipazione della società civile alla rieducazione dei detenuti (art.17 e 78 dell’Ordinamento penitenziario), insieme ad altri componenti delle varie provincie siciliane del mio service, abbiamo proposto un programma educativo con tre indirizzi: culturale, sanitario, sportivo.
Nonostante la nostra determinazione e la trasparenza nel portare un contributo solidale all’interno di alcune istituzioni carcerarie, ci siamo trovati davanti a un muro di silenzi, resistenze e chiusure istituzionali. Le uniche realtà carcerarie che ci hanno consentito una partecipazione attiva dei nostri soci Lions sono state le realtà di Messina e provincia con corsi di BLS dentro le carceri.
E per gli altri? Una lunga attesa. Risposte vaghe. E infine nessuna autorizzazione
Dopo tanto peregrinare con telefonate e appuntamenti mancati, abbiamo capito che la partecipazione della società civile alla rieducazione dei detenuti è solo formale, poiché nella pratica l’accesso dei volontari alle strutture carcerarie è spesso condizionato da lungaggini burocratiche-istituzionali, da rapporti personali con i direttori, gli psicologi o gli assistenti sociali.
Senza queste conoscenze dirette, anche le migliori intenzioni restano fuori dai cancelli.
Volontari a porte chiuse. Questo è quello che abbiamo sperimentato, una sintesi amara di un’esperienza concreta, a dimostrazione che il problema non è l’assenza di volontà o partecipazione civile, ma la chiusura sistemica dell’istituzione penitenziaria.
Un carcere che pretende di “rieducare” ma si rifiuta di dialogare con la società è un carcere che, forse, non vuole davvero cambiare.
Ne risulta un paradosso istituzionale: infatti, mentre il legislatore apre il carcere alla cittadinanza, la pratica quotidiana lo richiude.
Una questione non solo organizzativa, dunque, ma culturale.
Il carcere quindi, – lo ha mostrato Michel Foucault– non è solo un luogo di detenzione, ma è un dispositivo di potere, uno strumento che regola, seleziona, disciplina, ed il volontariato, in questo contesto, è tollerato solo se conforme, solo se non disturba.
Alla luce della mia esperienza, mi chiedo e vi chiedo, se la funzione della pena è davvero rieducativa. Se è così, allora è necessario ripensare il ruolo dei soggetti esterni, di chi vuole cioè dare una mano d’aiuto al sistema, non come ospiti, ma come co-protagonisti?
Bisogna trasformare il carcere in una “casa di vetro”, atto a funzionare non in aperto contrasto con i principi di trasparenza, e uguaglianza e partecipazione sanciti sia dalla Costituzione (art. 27) che dall’Ordinamento Penitenziario (art. 17 e 78).
Da Beccaria a oggi, la riflessione sul diritto di punire si fonda sull’idea che la pena debba essere pubblica, controllabile, razionale. Ma se la società civile viene di fatto esclusa dal controllo delle istituzioni punitive, allora lo ius puniendi torna a essere monopolio chiuso, tecnocratico, invisibile. Siamo di fronte, allora, ad un altro paradosso: un diritto di punire “aperto” ma inaccessibile.
A questo proposito, vorrei avanzare una proposta concreta:
l’istituzione di uno Sportello Unico per il Volontariato Penitenziario. Uno sportello pubblico, digitale e trasparente, dove i progetti possano essere inseriti da chiunque, le richieste vengano tracciate, e la valutazione sia affidata a una commissione mista, con tempi certi e criteri oggettivi.
Una riforma di questo tipo non indebolirebbe l’istituzione, al contrario, la renderebbe più autorevole, più aperta, più coerente con i suoi principi.
In conclusione questo mio breve intervento vuole semplicemente dire che il volontariato non chiede potere. Chiede fiducia. E fidarsi della società civile significa non temere il confronto, non temere l’apertura, non temere la collaborazione.
Rendere il carcere un luogo aperto – nel rispetto delle sue funzioni –significa onorare lo spirito della Costituzione, e prendere sul serio la rieducazione come progetto collettivo, non riservato a pochi, ma condiviso da tutti.
Articolo scritto da Manlio Leonardi – delegato distrettuale Lions Volontariato e Detenzione Carceraria 2024/25