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La DC come macchina del potere: tra governabilità e sospensione democratica

Per comprendere davvero la storia della Prima Repubblica italiana, bisogna smettere di guardare la Democrazia Cristiana soltanto come un partito moderato di governo. Piuttosto, occorre leggerla come una vera e propria “macchina governamentale”, capace di esercitare un potere diffuso, capillare e adattabile, che ha trasformato la propria ragion di partito in una vera e propria ragion di Stato. Attraverso questa lente, ispirata ai concetti di Michel Foucault e arricchita dalle letture di studiosi come Giorgio Galli e Gianfranco Borrelli, la DC si rivela come un soggetto politico molto più sofisticato e pervasivo di quanto comunemente si ammetta.

Dalla fine della Seconda guerra mondiale agli anni Ottanta, la Democrazia Cristiana ha incarnato il centro del potere politico italiano, assolvendo alla funzione di stabilizzatore in una società segnata da profonde fratture: ideologiche, territoriali, sociali. In un contesto segnato dalla Guerra Fredda e da forti pressioni internazionali, il partito ha progressivamente costruito una forma di potere che non si limitava alla gestione delle istituzioni, ma si estendeva al controllo dei corpi intermedi, all’influenza religiosa, alla regolazione della quotidianità.

Il potere della DC non si esercitava infatti soltanto attraverso leggi o decreti. Parrocchie, scuole, sindacati, giornali e cooperative fungevano da strumenti di una “microfisica del potere”, come l’avrebbe definita Foucault. Un potere che educava, disciplinava, normalizzava. In questo schema, il cittadino non era solo elettore: era soggetto da formare, da sorvegliare e da integrare.

Questa funzione si declinava lungo due assi fondamentali: da un lato, la lotta agli “opposti estremismi” — fascismo e comunismo — che legittimava la centralità permanente del partito; dall’altro, l’intreccio tra dottrina sociale della Chiesa e razionalità economica, in una sintesi che integrava morale religiosa e logiche di mercato, secondo l’ispirazione dell’ordoliberalismo tedesco. In entrambi i casi, la parola chiave era “governabilità”: tutto ciò che minacciava l’equilibrio veniva percepito come pericolo per l’intero sistema democratico.

Non a caso, l’intera architettura del potere democristiano si è fondata sulla gestione dell’eccezione. L’istituzione ritardata delle Regioni, il funzionamento parziale della Corte Costituzionale, l’esclusione sistematica del PCI dall’area di governo: tutte scelte giustificate non da necessità tecniche ma da una costante narrazione dell’emergenza. Il pericolo — reale o presunto — diventava strumento di legittimazione. E lo stato d’eccezione si trasformava in normalità operativa.

Questo meccanismo ha assunto, negli anni, caratteristiche sempre più sofisticate. Come ha osservato Giorgio Galli, il sistema politico italiano si è progressivamente sdoppiato: da un lato, un livello costituzionale e formale; dall’altro, un livello emergenziale, fatto di poteri invisibili, servizi segreti, reti informali e zone d’ombra. Un doppio Stato, in cui la sospensione democratica non è dichiarata, ma è strutturalmente incorporata nel funzionamento della Repubblica.

Il caso Moro rappresenta l’epitome tragica di questa logica. Quando nel 1978 le Brigate Rosse rapiscono il leader democristiano, lo Stato sceglie di non trattare. Aldo Moro — uno dei padri costituenti, promotore del compromesso storico — viene sacrificato. Foucault, ne La volontà di sapere, parla di un potere che “fa vivere e lascia morire”. E Giorgio Agamben, con il concetto di “nuda vita”, ci aiuta a comprendere la portata di quella scelta: un uomo ridotto a corpo biologico, espulso dal diritto, sacrificabile in nome della tenuta del sistema. In quel momento, lo Stato democratico mostra il proprio volto sovrano: decide chi può morire, e per cosa.

Dal governo della vita alla morte del futuro

Tuttavia, il corpo di Aldo Moro, abbandonato in una Renault rossa a via Caetani, non è solo il segno di una sconfitta politica, ma il simbolo di un potere che ha smarrito la propria ragion d’essere. La Democrazia Cristiana, nata per custodire l’equilibrio della Repubblica, si ritrova spettatrice consenziente della morte del suo stesso architetto. In quel sacrificio non si salva l’ordine: si consuma l’anima del partito-Stato.

Il pentapartito che segue non è una rinascita, ma un prolungamento artificiale della sopravvivenza: una coalizione senz’anima, fondata sull’aritmetica del potere più che sulla costruzione delle percezioni. I meccanismi della governamentalità, un tempo strumento di coesione, si riducono a gusci vuoti, incapaci di rispondere a un mondo che cambia. La flessibilità del comando, divenuta prassi senza principio, trasforma la politica in un rituale autoreferenziale, dove l’emergenza è eterna e la democrazia è anestetizzata.

Con la morte di Moro, la DC non ha solo lasciato morire un uomo. Ha lasciato morire un futuro. Ha smarrito la capacità di rappresentare la vita, di governarne le tensioni, di dare forma al conflitto. Da quel momento, la sua storia si avvia verso una fine silenziosa, logorata dall’usura del potere, fino a dissolversi nel vuoto che precede ogni nuova fondazione.

Ma il caso Moro non è un’eccezione: è la conferma di un paradigma. Nella gestione della crisi Tambroni, nel 1960, già si intravedeva la logica dell’eccezione come metodo. Il sostegno del MSI al governo, la repressione delle manifestazioni antifasciste, la successiva riabilitazione della DC attraverso la ricostruzione dell’alleanza con i socialisti: tutto si muove lungo una traiettoria che privilegia la stabilità sull’alternanza, la continuità sull’innovazione, il controllo sul conflitto. In nome della governabilità, il principio democratico viene ridefinito: non più rappresentanza, ma efficacia; non più pluralismo, ma comando flessibile.

Il potere democristiano, allora, non si limita a comandare. Esso educa, struttura, sorveglia. E lo fa attraverso un intreccio inestricabile tra Stato, partito e Chiesa. La razionalità governamentale, in questo senso, è anche una razionalità pastorale: non si limita a gestire l’economia o l’amministrazione, ma definisce ciò che è giusto, morale, accettabile. E lo fa con mezzi non sempre trasparenti, ma estremamente efficaci.

Oggi, questo modello non è morto. Si è trasformato. Il neoliberismo ha preso il posto della dottrina sociale della Chiesa, e l’economia ha sostituito la fede come principio di ordine. Ma la logica dell’eccezione, la centralità della sicurezza, la subordinazione della democrazia alla governabilità restano. Cambiano i nomi, ma il meccanismo si riproduce. Il partito-Stato si è dissolto, ma la sua razionalità sopravvive nei dispositivi del potere contemporaneo.

In definitiva, la Democrazia Cristiana non è stata solo un partito: è stata una forma di potere. Un potere che si è fuso con lo Stato, che ha inglobato la società, che ha normalizzato il conflitto. Per comprenderla fino in fondo, non basta guardare alla sua storia parlamentare. Bisogna osservare come ha governato i corpi, le coscienze, le vite. Solo così possiamo riconoscere quanto di quel passato vive ancora nel nostro presente.

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Cettina Laudani è docente di Storia del pensiero politico presso la facoltà di Scienze politiche dell’Università di Catania. Negli ultimi anni ha partecipato al programma di ricerca nazionale su: “Associazionismo e Democrazia” presso il Dipartimento di Storia della facoltà di lettere dell’Università di Padova e ai Programmi di Ricerca Scientifica di Rilevante interesse Nazionale su "Potere e opinione nel pensiero politico moderno" presso l’università di Firenze e su "Libertà e potere: vicende di una dialettica nel pensiero politico moderno e contemporaneo" all’Un. Di Parma. Gli studi più recenti sono rivolti alla storia del costituzionalismo siciliano e alla storia dell’associazionismo in Sicilia in relazione alla nascita della Massoneria e al ruolo assunto da quest’ultima nella seconda metà del Settecento. In relazione a ciò ha pubblicato 29 saggi e articoli apparsi in riviste e volumi collettanei per i tipi di Giuffrè, Milano 2008, Franco Angeli, Torino 2018 e Laterza, Bari-Roma 2018. Per la casa ed. Bonanno, ha pubblicato tre monografie; L’Appello dei Siciliani alla nazione inglese. Costituzione e costituzionalismo in Sicilia (2011); Dalla Libera Muratoria alle associazioni di Mutuo Soccorso. Democrazia e rappresentanza politica nella Sicilia postunitaria (2012); Illuminismo e Massoneria nel pensiero politico di Tommaso Natale (2018). Il saggio su Donne, Istruzione e lavoro nella Sicilia tra Otto e Novecento, Bonanno 2020, è stato recensito sulla pagina culturale di “Repubblica”. Nel 2022, insieme al gruppo di ricerca di Napoli, ha ottenuto un finanziamento pubblico per un Progetto di Ricerca d’Interesse Nazionale dal titolo: Democrazia e segretezza. Per una genealogia della trasparenza democratica. Dal 2021 è anche socia dell’Accademia degli Zelanti di Acireale. Attualmente lavora ad una ricerca nazionale sull’Eco-Femminismo tra Otto e Novecento ed è in via di pubblicazione una monografia su: Il Diritto di punire. La legislazione penale in Sicilia tra Sette e Ottocento
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