Paola Mastrocola ,una riflessione sul testo “La passione ribelle”

Lo studio come piacere puro, scevro dal profitto e dalla risonanza sui social
“La passione ribelle” è un libro di Paola Mastrocola uscito per Laterza nel 2015.
“A tutti i ribelli invisibili è dedicato questo libro”. Un testo ancora attuale ed eversivo, a metà tra il pamphlet battagliero e indignato e le pagine di un trattato di satira sociale. Chi studia è colui che ossequia il sistema e accetta supinamente quanto stabilito dagli altri, oppure è il vero ribelle? Chi studia viene spesso deriso, bullizzato, additato come “sfigato” o “secchione”. Quasi sempre emarginato da ragazzi più spensierati che durante l’adolescenza diventano un mito da emulare. Lo studio evoca la vita infelice e il corpo ingobbito e sofferente del povero Giacomo Leopardi, costretto nell’orizzonte asfissiante e tetro di una Recanati considerata “natio borgo selvaggio”. Non è insolito sentire ragazzi asserire con convinzione che studiare troppo sottrae tempo prezioso da poter dedicare agli amici, dimezza le probabilità di intessere relazioni sociali effimere o durature, ruba tempo alla costruzione del proprio corpo in una palestra o in una scuola di ballo. Trascorrere ore e ore incollati alla sedia per compiere il proprio dovere è noioso, quasi asocializzante. Inoltre basta ottenere buoni voti attraverso l’uso della intelligenza artificiale, il copia incolla dal web e dai compagni, l’uso sfacciato dello studio e del sudore dei soliti secchioni. Impera la legge del massimo rendimento con il minimo sforzo. Inoltre si vuole essere sicuri che ciò che si studia possa servire a trovare un lavoro ben pagato. Non importa che prepari alla vita o abbia una risonanza emotiva.

Un libro autobiografico in cui dimostrare come ottenere buoni risultati con l’impegno costante, la forza di volontà e la lentezza del gustarsi ogni nuova conoscenza. Scrive Paola Mastrocola: “Oggi non si studia più. È da predestinati alla sconfitta. Lo studio evoca Leopardi che perde la giovinezza, si rovina la salute e rimane solo come un cane. È Pinocchio che vende i libri per andare a vedere le marionette. È la scuola la mattina presto, l’adolescenza coi brufoli, la fatica delle verifiche, la noia delle materie meno amate, il dovere di compiere un percorso obbligatorio. Lo studio è un’ombra che oscura il mondo, è una crepa sul muro: incrina e abbuia la nostra gaudente e affollata voglia di vivere nel presente. Lo studio è sparito dalle nostre vite. E con lui è sparito il piacere per le cose che si fanno senza pensare a cosa servono. La cosa più incredibile è che non importa a nessuno. Diciamocelo, quanto spesso sentiamo parlare di “studio”? Quante volte usiamo il verbo “studiare” o ci capita di intercettarlo nelle conversazioni altrui? Abbiamo mai sentito qualcuno che, in televisione, dicesse: “Aspetti, devo andare a studiare l’argomento”?
Sono parole taglienti come un bisturi quelle della Mastrocola, parole di chi assiste impotente alla deriva culturale della “Generazione zeta” .
Sepolta e demotivata da una scuola ( pubblica o privata non fa differenza) che pensa solo a mortificare lo studio, abbassandone la qualità e mirando solo a standard basati su un supposto successo formativo e su tempi che sono sempre più stretti. È una scuola che si ammanta di parole come inclusività, meritocrazia, conoscenze, obiettivi e competenze spendibili nel mondo del lavoro ma che non ci fa raggiungere le vette di altri sistemi scolastici europei e non regala ai giovani il piacere, “la passione ribelle” di uno studio fatto controcorrente, solo per se stessi, per l’autentico piacere di perdere del tempo per migliorarsi, conoscersi, perfezionarsi. Parole frutto di una mente aperta alla collaborazione tra discipline, umanistiche e non. Come già fece in passato descrivendo il diluvio burocratico ne “La scuola raccontata al mio cane”, la Mastrocola colpisce nel cuore il problema dello studio.
L’ autrice descrive lo scenario distopico dello studio di oggi, e da acuta osservatrice ne fa notare le lacune e le magagne. Il ritmo è sincopato e il libro scorre veloce. È certamente un parere di parte, soggettivo, ma è resistenza etica ai “mala tempora currunt” di ciceroniana memoria: è la reazione indignata di una umanista che vede boicottare e obliare maestri e “auctores” illustri del passato per fare posto a “parvenu” studiati in “Bignamini” che trovano spazio nella scuola dei “progetti” inutili, attenta a numeri, ore, rendicontazioni e burocrazia, e mai alla qualità. “Stare seduti per ore in un luogo appartato, soli, scollegati da tutto il resto, con un libro aperto davanti, indugiando sulle parole, fino a memorizzare, cioè fino a quando quel che sta scritto nel libro non si sia trasferito nel cervello e lì permanga se non per sempre, almeno il più a lungo possibile, e senza alcuno scopo immediato e concreto.”
A ben guardare, non pensiamo mai allo studio come ad un esercizio libero che abbia come scopo precipuo il piacere della scoperta e la gioia fibrillante di una nuova conoscenza. Tutto deve essere collegato al tempo, a una precisa e pragmatica finalità. Si studia per finire le scuole dell’obbligo, perché c’è un percorso formativo obbligatorio tracciato dalla famiglia e dallo stato. L’idea dello studio è sempre legata alla scuola, e spesso crea distacco, allontanamento, ricordi negativi, soprattutto durante l’adolescenza. Ma esiste un’altra declinazione dello studio come opportunità di “ ricerca perenne”, ed è quella disegnata da Paola Mastrocola in questo saggio. Lo studio dovrà configurarsi come scavo verticale, come indugio sulle parole, come libertà di leggere libri interi, tornando e ritornando su frasi, citazioni, parole, metafore, prendendosi tutto il tempo che ci vuole. Uno studio che sia libero e che sia una “passione ribelle”. Uno studio che sia personale, scevro da condizionamenti esteriori, che non debba dimostrare nulla agli altri ma che possa rendere migliore la nostra vita. Studiare senza fretta, per un arricchimento interiore, come immersione totale in un mondo privilegiato che ci costruisca e ci renda migliori. Uno studio di conoscenza che si configuri realmente come sapere da tesaurizzare, come privilegio di un “possesso permanente” da non sbandierare su nessun social, nell’ottica di un’autentica formazione della “persona”.