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Giangiacomo Feltrinelli l’editore rivoluzionario

Giangiacomo Feltrinelli nacque nel 1926 in una delle famiglie più facoltose d’Italia, crebbe circondato da ogni privilegio, ma non vi si adagiò mai. Sin da adolescente, visse l’urgenza della storia: fu testimone diretto degli anni drammatici della guerra e riuscì persino a partecipare, da giovanissimo, a un frammento della Resistenza contro il fascismo; eventi che segnarono per sempre il suo sguardo sul mondo e alimentando un idealismo che lo avrebbe spinto a scelte radicali.

Non si limitò a osservare i cambiamenti: li promosse. Utilizzando il patrimonio di famiglia, fondò una casa editrice profondamente orientata alla sinistra e decisa a pubblicare testi di impegno civile e politico. A differenza degli editori tradizionali, che privilegiavano il mercato borghese, lui puntò alla costruzione di un vero e proprio sistema culturale alternativo, fondato anche su una rete di librerie accessibili, capillari, popolari. Era una visione nuova della cultura: non più elitaria, ma strumento diffuso di emancipazione.

Il suo impegno politico era concreto. Fu tra i più importanti finanziatori del partito comunista Italiano, in un’epoca in cui la sinistra rappresentava una fetta consistente dell’elettorato. Non si trattava di una moda intellettuale, credeva sinceramente nella possibilità di un mondo diverso, e per questo dedicò grandi energie alla raccolta, alla conservazione e alla diffusione degli scritti di Karl Marx e dei documenti legati alla storia del movimento operaio.

Negli anni Sessanta, mentre l’Italia cambiava pelle sotto la spinta dei movimenti studenteschi e operai, l’editore milanese era nel pieno della sua attività. Non guardava da lontano quel fermento: ne faceva parte. Viaggiava, incontrava leader della contestazione, pubblicava le loro opere. Fu tra i primi a capire che quel vento di rivoluzione che soffiava in Europa e nelle Americhe aveva bisogno anche di parole, di idee, di racconti. La sua casa editrice divenne pertanto quel canale privilegiato per far circolare il pensiero radicale.

Aveva messo piede anche in Bolivia, dove Che Guevara stava tentando di accendere una nuova rivoluzione. Dopo la morte del comandante argentino-cubano, avvenuta per mano della CIA, si recò a Cuba per raccoglierne i manoscritti, poi diffusi in tutto il mondo attraverso le sue edizioni. Non era solo un gesto editoriale bensì un vero e proprio atto politico, un omaggio a chi, come lui, credeva nella possibilità di cambiare lo stato delle cose.

L’Italia stessa stava vivendo momenti di profonda tensione. La strage di Piazza Fontana, nel dicembre 1969, lo sconvolse. L’attentato alla Banca Nazionale dell’Agricoltura, con diciassette morti e decine di feriti, gli apparve subito come una manovra oscura orchestrata dall’estrema destra, con la complicità degli apparati dello Stato. L’arresto dell’anarchico Giuseppe Pinelli, morto in circostanze sospette nella questura di Milano, rafforzò in lui la convinzione che qualcosa di inquietante si stesse preparando nel cuore della democrazia italiana.

Convinzione che lo portò progressivamente a distaccarsi dal solo lavoro editoriale per avvicinarsi all’attivismo clandestino. Non fu un passaggio improvviso, ma maturato nel tempo, nell’osservazione della crescente violenza istituzionale e nell’idea che non fosse più possibile restare neutrali. Nacque così il suo impegno nella cosiddetta “lotta armata”, che lo portò a fondare il gruppo dei GAP (Gruppi d’Azione Partigiana), organizzazione ispirata alla resistenza antifascista e all’idea di una rivoluzione che dovesse partire dal basso per fermare quel fascismo che non era mai morto.

Al contempo accumulava successi editoriali come la pubblicazione del Dottor Zivago o il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa che giaceva dimenticato in un cassetto. Morì nel 1972, a soli 46 anni, in circostanze ancora non del tutto chiarite, mentre cercava di piazzare un ordigno su un traliccio dell’alta tensione a Segrate. La sua morte segnò simbolicamente la fine di una stagione, lasciando dietro di sé interrogativi e divisioni.

Per alcuni fu un visionario travolto dalla propria coerenza, per altri un illuso che scelse la via sbagliata; è indubbio che la sua eredità culturale sia ancora viva: la casa editrice che porta il suo nome continua a essere un punto di riferimento, le librerie che sognava sono ancora sparse in tutta Italia, e molti dei testi che volle pubblicare hanno formato generazioni di lettori consapevoli.

In un’epoca come la nostra, in cui il pensiero critico rischia di essere marginalizzato e la cultura spesso piegata al consumo, la parabola di questo uomo resta un monito: si può essere privilegiati e scegliere comunque di stare dalla parte di chi non ha voce, facendo cultura non solo per raccontare il mondo, ma per provare a cambiarlo.

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Alessandro Sorace classe 1988, nato a Catania. Giurista, giornalista pubblicista, appassionato di arte, storia ed amante della cultura, del gusto e del buon vivere. Collabora da cinque anni col quotidiano online "Clessidra 2021".
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