Dal diritto di punire al diritto di vendicare?

Punire non è mai un atto neutro.
Nella lunga storia del diritto penale, il potere di infliggere una pena è stato giustificato in molti modi: l’ira del sovrano, la volontà divina, la vendetta privata, l’utilità pubblica, la rieducazione del reo, la sicurezza collettiva. Ognuna di queste ragioni riflette una diversa idea di giustizia — e, soprattutto, un diverso modo di esercitare il potere.
Il diritto penale, insomma, non è solo una branca della scienza giuridica. È una forma concreta, quotidiana e spesso invisibile di governo delle vite.
Poi arrivarono Beccaria, Filangieri, Romagnosi. E, più tardi, Foucault. Con loro, la pena cercò di cambiare pelle: da strumento di vendetta e terrore, a espressione di razionalità e proporzione. La modernità, nel suo volto più nobile, provò a spezzare il legame antico tra giustizia e punizione esemplare. Ma quel tentativo, oggi, appare fragile.
Sì, l’Illuminismo giuridico ha messo un freno all’arbitrio. Ma ha anche inaugurato nuove forme di controllo: meno appariscenti, più pervasive. Niente più impiccagioni in piazza. Al loro posto: la sorveglianza, la detenzione preventiva, l’apparato statistico, il rischio calcolato.
Lo aveva previsto Foucault: la pena moderna non abolisce il potere, lo razionalizza.
E oggi? Oggi assistiamo a un ritorno di fiamma.
In un’epoca che si proclama moderna e garantista, la giustizia penale sembra fare un passo indietro. La paura, l’insicurezza, la richiesta di ordine trasformano il dibattito pubblico. E lo spettro della vendetta torna a farsi vedere — non più nella figura del sovrano, ma in quella dell’opinione pubblica.
La pena perde la sua funzione rieducativa. Diventa simbolo, spettacolo, rassicurazione emotiva. Si punisce per placare l’ansia sociale, non per prevenire il crimine. Ogni fatto di cronaca è l’occasione per invocare pene esemplari, leggi più dure, “tolleranza zero”.
E basta ascoltare il linguaggio. “Certezza della pena”. “Emergenza sicurezza”. “Pericolosità sociale”. Sono parole d’ordine che giustificano politiche repressive, carcere facile, deroghe al principio di proporzionalità. È il populismo penale: quando la legge rincorre la paura, e il diritto si piega all’emozione.
Ma proprio qui la lezione degli illuministi torna a essere decisiva.
Beccaria, Filangieri, Romagnosi ci ricordano che la pena deve nascere dalla ragione, non dalla rabbia. Deve educare, non vendicare. Proteggere, non intimidire.
Rimettere al centro quei principi non è una questione di nostalgia: è un’urgenza democratica.
Perché una giustizia che punisce per vendetta non protegge nessuno.
E una giustizia che punisce per governare non è più giustizia.
La domanda è semplice, ma decisiva: vogliamo una pena che educa, o una pena che vendica?
La civiltà giuridica — oggi più che mai — si misura nella risposta.