Il lavoro, un diritto da difendere

Il Primo Maggio è una giornata che porta con sé il peso della storia, delle lotte sindacali, delle conquiste sociali ed in Italia, in particolar modo, assume un significato ancora più profondo: è legata a doppio filo con la nostra Costituzione, che del lavoro ha fatto il fondamento della Repubblica. In un’epoca in cui la precarietà è la norma e i diritti acquisiti vengono messi in discussione, tornare a far luce su quei principi è necessario.
Festeggiare il Primo Maggio ha inizio alla fine dell’Ottocento, negli Stati Uniti, come giornata di protesta per ottenere condizioni di lavoro dignitose, prima tra tutte la giornata lavorativa di otto ore. La data fu scelta in ricordo degli scontri di Chicago del 1886, culminati nella tragica “rivolta di Haymarket”. In Italia si cominciò a celebrarlo nel 1891. Durante il ventennio fu abolito, per poi essere ripristinato nel 1945, con la caduta del regime.
Ma spesso, nella retorica o nel disinteresse generale, il senso profondo della giornata rischia di perdersi. La Costituzione italiana, entrata in vigore nel 1948, pone il lavoro al centro dell’identità democratica del Paese. Lo dice chiaramente il suo articolo 1, che recita: “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.”
Non si tratta solo di un’apertura simbolica bensì di un’affermazione forte di principio. Non è la proprietà privata, non è il potere economico o politico, ma il lavoro a costituire il fondamento della Repubblica. Il lavoro, cioè, non come merce, ma come elemento di dignità e partecipazione sociale.
Il titolo III della parte I della Costituzione è interamente dedicato ai “Rapporti economici”, e contiene altri articoli cruciali. Il riferimento d’obbligo è quello relativo all’ articolo 4: “La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.”
Questo principio fondamentale lega il concetto di diritto al lavoro alla responsabilità dello Stato nei confronti del cittadino; non basta riconoscere tale diritto ma bisogna creare le condizioni perché sia davvero accessibile. In tempi di disoccupazione giovanile, delocalizzazioni e gig economy, questa frase suona al tempo stesso attualissima ed amara vista la realtà che ci circonda dove le garanzie per i lavoratori sono ai minimi come invece viene sancito dall’articolo 35 che recita “La Repubblica tutela il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni.”
Qui ci si riferisce ad ogni forma di lavoro – subordinato, autonomo, manuale, intellettuale – i quali meritano parimenti tutela. Non esistono lavoratori più importanti di altri a dispetto di ciò che avviene nei casi di lavoro povero e irregolare.
Altri precetti fondamentali sono espressi mediante gli articoli 36 e 37; essi riguardano la retribuzione adeguata, il diritto al riposo, la parità salariale tra uomo e donna, temi che ancora oggi faticano a essere pienamente rispettati vista la sempre presente disparità di trattamento salariale tra uomo e donna e la possibilità di affermazione di queste ultime nel panorama del mondo del lavoro.
Il successivo articolo 38 mette al riparo infine, come norma di chiusura, coloro che invece non hanno la possibilità di affermare la propria persona nel mondo del lavoro per problematiche connesse alla propria salute. Esso infatti recita che “Ogni cittadino inabile al lavoro e sprovvisto dei mezzi necessari per vivere ha diritto al mantenimento e all’assistenza sociale.” Il riferimento al welfare è evidente, affinché non venga lasciato nessuno indietro.
Il mondo del lavoro è profondamente cambiato rispetto agli albori della Costituzione. Globalizzazione, digitalizzazione e pandemia hanno trasformato il mercato del lavoro in modo radicale. Sono cresciute la precarietà, l’instabilità contrattuale, il lavoro non tutelato. Il fenomeno dei “working poor”, persone che lavorano ma restano sotto la soglia di povertà, è diventato strutturale ed oramai fa parte a pieno titolo della realtà che viviamo. Per non parlare della sicurezza sul lavoro sempre messa a dura prova da situazioni sempre al limite che poi sfociano nei titoli della cronaca, e che vorremmo fosse sempre l’ultima volta in cui si è costretti a leggere della morte sul posto di lavoro. Allo stesso tempo, si parla sempre più di “diritto alla disconnessione”, “smart working”, “tutele per i rider” – questioni che mostrano quanto le forme del lavoro si siano evolute e di conseguenza come queste nuove forme di lavoro abbiano bisogno delle necessarie tutele proprio come avveniva all’inizio della rivoluzione costituzionale.
La Costituzione non fornisce soluzioni tecniche, ma indica la direzione. I suoi articoli non vanno intesi come retaggi di un’altra epoca, ma come una bussola per orientarsi anche oggi: si parla di dignità, equità, solidarietà. Sono il cuore di un patto sociale che va mantenuto sempre attuale e su cui la politica dovrebbe sempre vigilare.
Celebrare il Primo Maggio significa ricordare che nessun diritto è garantito per sempre, così come la democrazia conquistata, frutto di battaglie; così come ogni epoca presenta sfide sempre nuove a cui si deve far fronte mettendo in campo le migliori soluzioni che la nostra carta fondamentale ha dispiegato a piene mani. Rispettare il lavoro significa rispettare le persone. E questa è una lezione che la nostra Costituzione aveva già scritto nero su bianco, più di settant’anni fa.