La separazione delle carriere dei magistrati in Italia: chiarimenti su un dibattito aperto

La separazione delle carriere tra magistratura giudicante e requirente è uno dei temi più dibattuti nel panorama giuridico e politico italiano. Pertanto risulta necessario un riepilogo della situazione in cui si trova l’attuale sistema giurisdizionale italiano, al fine di una miglior comprensione della problematica e delle eventuali situazioni da porre in essere. Attualmente, in Italia, i magistrati appartengono a un unico ordine e possono passare dal ruolo di pubblico ministero a quello di giudice e viceversa nel corso della loro carriera. Tuttavia, questa situazione da sempre ha sollevato critiche e proposte di riforma volte a garantire una maggiore imparzialità e indipendenza tra le due funzioni.
In base all’articolo 104 della Costituzione, la magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere. Il Consiglio Superiore della Magistratura ha il compito di garantire questa indipendenza, occupandosi della nomina, delle carriere e della disciplina dei magistrati. Tuttavia, il sistema attuale prevede che magistrati giudicanti e requirenti facciano parte dello stesso ordine, con possibilità di passare da una funzione all’altra regolata dal decreto legislativo n. 160 del 2006, come modificato da ultimo, dalla legge 17 giugno 2022, n. 71. Questo principio è stato confermato dall’articolo 107 della Costituzione, che stabilisce l’inamovibilità dei giudici.
Addentrandoci nella disputa, i sostenitori della separazione delle carriere ritengono che essa sia necessaria per garantire una netta distinzione tra chi accusa e chi giudica. Da un lato, soprattutto nell’ambito dell’avvocatura penale, questa riforma viene considerata un argine contro la tendenza, non rara, dei giudici a “soccorrere” un’accusa debole o a mostrarsi vicini all’accusatore. Separare le carriere, secondo questa prospettiva, eliminerebbe quel senso di colleganza e affinità culturale e istituzionale tra magistrati requirenti e giudicanti, rafforzando così l’imparzialità di questi ultimi. Dall’altro lato, si teme che tale separazione possa allontanare il pubblico ministero dalla cosiddetta “cultura della giurisdizione” e, soprattutto, portare alla creazione di un corpo dotato di un potere così forte da attirare l’interesse dell’esecutivo, che potrebbe essere incline a esercitare un controllo gerarchico sulla magistratura requirente.
Le riforme introdotte con il decreto legislativo 5 aprile 2006, n. 160 (riforma Castelli), e successivamente con la legge 17 giugno 2022, n. 71 (riforma Cartabia), hanno cercato un punto di equilibrio tra queste posizioni. Attualmente, giudici e pubblici ministeri continuano a essere selezionati attraverso un concorso unico e il passaggio da una funzione all’altra rimane possibile, sebbene sia stato reso più complesso. In particolare, tali transizioni – spesso viste con sospetto, soprattutto quando un ex pubblico ministero assume il ruolo di giudice – oggi comportano il trasferimento in una sede diversa, possono avvenire una sola volta nell’arco dell’intera carriera e richiedono la partecipazione a un corso di aggiornamento, oltre al conseguimento di un giudizio di idoneità alle nuove funzioni.
Pertanto tra le principali argomentazioni favorevoli troviamo: quella relativa all’imparzialità del giudice, per cui se questo abbia avuto esperienze come pubblico ministero potrebbe essere influenzato dalla mentalità accusatoria, rischiando di compromettere la sua terzietà.
Altra argomentazione favorevole alla separazione è quella relativa alla parità tra accusa e difesa: separare le carriere garantirebbe un equilibrio tra il pubblico ministero e la difesa, ponendoli su un piano paritario all’interno del processo.
In tal modo vi sarebbe un miglioramento dell’efficienza giudiziaria; una netta separazione delle funzioni potrebbe rendere più efficiente il lavoro dei magistrati, che si specializzerebbero sin dall’inizio in un ruolo specifico.
Infine vi sarebbe un allineamento agli standard europei in quanto molti paesi europei, tra cui Francia e Germania, prevedono una netta distinzione tra magistrati requirenti e giudicanti, garantendo un sistema più chiaro e trasparente.
Coloro che sono invece contrari alla separazione delle carriere, non da ultimi gli stessi magistrati che si sono detti all’80% non a favore della riforma di separazione, sostengono che questa riforma potrebbe indebolire l’indipendenza della magistratura e creare squilibri nel sistema giudiziario.
In primo luogo il rischio di controllo politico sul Pubblico Ministero. Separare le carriere potrebbe portare il pubblico ministero sotto il controllo dell’esecutivo, compromettendo la sua indipendenza nelle indagini. In secondo ordine la necessità di un modello unico per la magistratura. L’attuale sistema garantisce un’omogeneità di formazione e valori tra giudici e pubblici ministeri, evitando la creazione di due categorie separate con interessi divergenti.
In ultimo la riforma richiederebbe una necessaria modifica della Costituzione e una revisione dell’intero assetto organizzativo della magistratura, con possibili ulteriori complicazioni e rallentamenti della dinamica giurisdizionale che sono tutt’altro che utili visto lo stato delle cose.
In particolar modo gli esiti di tale riforma sarebbero nello specifico riguardanti la modifica dell’articolo 104 della Costituzione per creare due distinti Consigli Superiori della Magistratura: uno per i giudici e uno per i pubblici ministeri; la definizione di percorsi separati sin dall’accesso in magistratura, impedendo passaggi di ruolo tra giudicante e requirente. Una garanzia di maggiore indipendenza del pubblico ministero, stabilendo regole chiare per evitare ingerenze politiche sulle procure.
La separazione delle carriere dei magistrati resta un nodo centrale nel dibattito sulla giustizia italiana. Se da un lato essa potrebbe secondo l’opinione dei favorevoli garantire maggiore imparzialità e trasparenza nel processo, dall’altro solleva interrogativi sulla salvaguardia dell’indipendenza della magistratura. Qualsiasi riforma, se mai ci sarà visto che si tratta di una questione che negli anni è stata riproposta da varie fazioni politiche che si sono succedute nella compagine governative, dovrà bilanciare queste esigenze, evitando di compromettere il principio cardine dello Stato di diritto: un sistema giudiziario equo, indipendente ed efficiente.