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Nuovo quotidiano d'opinione e cultura
Il tempo: la ricchezza per l’umanità
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Àita lucenti

La vita e la morte di Sant’Agata, il martirio e le vicende intercorse tra l’una e l’altra, i motivi leggendari sviluppatisi intorno alla sua figura, l’origine del culto e i caratteri della festa, le manifestazioni peculiari di fede dei suoi devoti, la tradizione che la inserisce a pieno titolo con ruolo di patrona nel santorale di Catania facendone un elemento fondativo della città rivelano, al di là degli elementi storici, delle fonti degli Atti greci e latini e delle agiografie, tutto il duraturo significato di strutture simboliche che si rifanno ad archetipi costanti e riconoscibili. Un sistema che, pur incarnandosi in luoghi, periodi e tradizioni diverse, permea il profondo e si impone in perpetuo come mediazione ed apertura sull’invisibile. Agata è simbolo complesso e di forte valenza semantica, una porta che ci consente di oltrepassare l’orizzonte del visibile. Ieri come oggi, Agata è Luce. Perciò resiste alla storia, si riattualizza nel rito, è capace di collegarsi al presente e all’attualità e farsi immagine tout court del Femminino sacro.
L’indagine antropologica sostiene che Agata sia la trasformazione in chiave cristiana di antiche divinità pagane, di Iside e delle Veneri locali: Venere-Astarte ericina, Demetra e la figlia Persefone-Kore. Come Iside, appartiene alla categoria delle grandi Dee madri, in quanto dea della fertilità che insegnò alle donne d’Egitto l’agricoltura. E le somiglianze sono state dimostrate con discreta fortuna dallo studioso di Storia antica Emanuele Ciaceri. Modello collettivo ancestrale, rinvia ai culti antichissimi del femminino e al culto della dea del disco lunare che riuscì a riportare alla luce dal mondo ctonio della morte Osiride, il dio solare suo sposo. E poiché il ciclo naturale delle messi implica la morte del seme, perché esso possa risorgere nella nuova stagione, la grande dea è connessa anche a culti legati al ciclo morte-rinascita e alla luna, che lo rappresenta. I più arcaici di questi riti sono riservati alle donne, come quello di Mater Matuta o della Bona Dea. Il rito catanese delle ntuppateddi, in voga per la festa fino allo scorso secolo, e la ritualità ancora viva nella provincia di Segovia (in Spagna), dove ogni anno, il 5 febbraio viene eletta una sindachessa e quel giorno nella cittadina lo scettro del potere è affidato soltanto alle donne, mantengono ricordi dell’antico un culto femminile. Nelle feste e nei misteri in onore del gruppo Demetra/Cerere-Persefone/Proserpina, il suo culto segna il volgere delle stagioni, ma anche la domanda dell’uomo di rinascere come il seme dalla terra. Polisemia di simboli i cui significati evolvono in un’epoca di transizione come quella alessandrina ricca di fermenti religiosi. Mentre anche la natura marinara delle due feste, il Navigium Isidis, e la corsa verso il mare del “giro” (la processione) ci riportano alle chiavi simboliche del legame con il mare e all’acqua come elemento allusivo del materno, particolarmente pregnante è il motivo della mammella che assume valenze diverse: fecondità nel primo e corpo sacro femminile nel secondo.
La progressiva eliminazione nel tempo degli elementi più antichi del rituale e la folclorizzazione si conclude con l’assimilazione del culto agatino al repertorio cavalleresco dei pupari, nei teatri di quartiere, con i famosi duelli verbali tra la santuzza e il proconsole Quinziano, pezzo di bravura del parlatore e della parlatrice.
Perennemente attuale è “Aita lucenti” e il ritratto che ne fanno oggi gli artisti, mentre attinge ad una tradizione, la reinterpreta legittimamente leggendola come uomini e donne del nostro tempo possono fare, evidenziando il forte legame tra la santa e la città già nel dialettale “Àita” e sintetizzando nella Luce della vera unica fede la pregnanza simbolica della figura (“Lucenti”). Agata è una giovane donna, bellissima, di nobile famiglia vissuta al tempo dell’imperatore Decio, mentre la Sicilia era governata dal proconsole Quinziano, ed era stata bandita una persecuzione contro coloro che avevano abbracciato il cristianesimo, rifiutandosi di adorare gli dèi romani. Fra i seguaci della nuova religione c’era Agata che, pur rispettando l’autorità imperiale, aveva scelto di venerare un solo dio. Per i Romani, però, era l’imperatore il dio sceso sulla terra. La giovane è stata iniziata ai “misteri” di Cristo compiendo un percorso arduo che le ha permesso di passare dal buio alla luce, di conoscere il Signore che si è insediato nella sua esistenza “come un sole onnipresente”. Un percorso da cui non si torna indietro. E qui comincia il dramma di cui la bellezza della giovane è involontaria causa.
Quando l’uomo vede Agata, rimane folgorato dalla sua bellezza e concepisce una passione ardente, ossessiva, che non gli dà pace. Una bellezza capace di provocare la morte da un lato, la passione morbosa che rasenta la follia dall’altro e si alimenta delle ragioni del potere senza risparmiare nessun mezzo pur di farla sua nella sua folle escalation: dalla occulta persuasione, al tentativo di farla educare alla sensualità e ai piaceri della carne, alle arti retoriche esercitate in modo spiccio e crudo senza permettere replica, alle pressioni, alle promesse seduttive degli agi e del potere, ai ricatti, alle minacce, alla tortura, ad ogni esercizio del potere che il maschio può usare. Al carcere, al processo, al sadico supplizio del seno strappato con la tenaglia, simbolo per eccellenza della femminilità intangibile di Agata, ai tormenti che anche un altro famigerato tribunale usò in Sicilia contro le eretiche, le streghe, le donne temerarie, impenitenti, incorreggibili, al martirio. A tutto, meno che allo stupro che minaccia ma non porta a segno. Un mistero apparentemente incomprensibile, questo, che la dice lunga sul “coraggio” di quest’uomo che non sa rassegnarsi al diniego, ancor di più dall’alto del suo potere, ma che non osa violare un corpo sacro di donna, una bellezza ammagante che esercita magica fascinazione, là dove avrebbe facilmente potuto…
Niente riesce a piegarne il rifiuto netto e forte che, persino al di là dei voti, era tanto più audace nascendo già dal sacramento del battesimo che la univa a Cristo. Mai torna indietro sulla difesa della sua libertà di donna. Agata non si arrende alla catàbasi, la discesa agli Inferi, al disorientamento del labirinto, difendendo orgogliosamente il valore della sua verginità dedicata a Dio e rivendicando il senso del vero amore in faccia a chi vorrebbe precipitarla nella lussuria. Donna nobile e libera, affronta la prova del processo, rispondendo altera e fiera alle minacce del rogo. Le prove, anzi, sembrano renderla più forte, permettendo all’anima di sciogliere i ceppi del carcere corporeo ed elevarsi, ben al di là della favola allegorica di “Amore e Psiche” narrata da Apuleio nelle Metamorfosi.
L’oltraggio feroce, sacrilego dello strappo del seno, che era stato elemento primario della attrazione della bellezza di Agata, è arrecato all’archetipo stesso della femminilità, della fecondità. Uno strappo che lacera anche l’anima e che solo con l’intervento miracoloso può sanarsi. Il raggio di luce nel buio del carcere assume così un pregnante significato simbolico: è la scala verso il Paradiso, l’ascesa al regno della luce che, letterariamente, anche Dante conoscerà attraverso la lettura del testo arabo del “Libro della scala”.
Ma, mentre Agata resiste, accade un fatto tremendo: tutta la città di Catania è scossa da un devastante terremoto: la Madre terra si ribella, l’Etna erutta, il popolo insorge contro il potere che, messo in discussione, vacilla. È divina e umana vendetta! E l’Umanità resiste perché si aggrappa alla Santa, perché Agata è seme, Kósmos contro Cháos, resiste per raccontarne, contro ogni damnatio memoriae, la storia esemplare e sublime di chi la Luce cerca e con la Luce salva.
Quinziano, fuggito dalla folla inferocita, vittima fino all’ultimo dell’ossessiva follia erotica inappagata, annega nel fiume Simeto con la barca su cui cercava la salvezza: l’acqua materna lo inghiotte nei suoi neri abissi, non salva chi ama di malamore, e la barca dei riti funerari egizi conduce al Regno dei Morti. (dal mio Stréuse Strane e Straniere in Sicilia)
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Sono nata a Noto l’8 Febbraio del 1950 e mi sono laureata in lettere classiche all’Università di Catania conseguendo anche un dottorato di ricerca in Scienze letterarie e linguistiche. Ho insegnato per 34 anni negli Istituti di Istruzione Secondaria e per un decennio alla SISSIS come tutor di tirocinio per “insegnare ad insegnare” ai giovani laureati. La mia prima esperienza di docente la narro in Feudo del mare: la stagione delle donne quando negli anni Settanta ho ricevuto il primo incarico in un istituto professionale femminile per sarte e stiliste di moda, a Gagliano Castelferrato in provincia di Enna. In questo paese si trovò il metano ed è stato anche il luogo in cui Enrico Mattei pronunciò il suo ultimo discorso prima di morire nell’esplosione del suo aereo. Proprio a Gagliano Castelferrato il Presidenti dell’Eni aveva inaugurato la fabbrica Lebole Sud dove avevano trovato lavoro circa 450 donne. Sono stata sindaca di Fiumefreddo di Sicilia per ben due consiliature: dal 1993 al 2002. Mi sono impegnata a recidere quel torbido e fitto intreccio tra la mafia e la politica nel mio territorio, subendo spesso minacce che non solo non mi hanno impaurito ma anzi mi hanno spinto ancora di più ad amministrare nel rispetto della legalità. Oggi svolgo soprattutto un’attività di scrittrice con un forte impegno di carattere editoriale. Le mie pubblicazioni che voglio ricordare sono le seguenti :Sibilla arcana-Mariannina Coffa, (2000) Siciliane, (2006)dizionario biografico (a cura di Emanuele Romeo Editore; Celeste Aida, (2008); Feudo del mare, (2010); Aforismi per le donne toste,(2012);Sicilia esoterica, (2013);Di madre in figlia. Vita di una guaritrice di campagna, ( 2014) Voglio il mio cielo. Lettere di Mariannina Coffa, (2015); La felicità era, forse, il male minore, con Santino Mirabella,(2016). Ho anche guidato laboratori di scrittura autobiografica, in aiuto delle donne vittime di violenza nei Centri antiviolenza, nelle scuole e nelle carceri femminili. Da queste esperienze è scaturito il volumetto “Il silenzio non è d’oro”, tradotto anche in inglese pubblicato a cura del Soroptimist club di Catania. Più recentemente ho scritto “La bolgia delle eretiche” (2017) in cui rivisito i verbali dei processi madrileni a streghe, fattucchiere, guaritrici e “donne di fuora”; “Ammagatrici” (2019) e per ultimo il libro-inchiesta “Le Ciociare di Capizzi” (2020).
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