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La recensione dell’attrice Irene Barbera sullo spettacolo “La fine non arriva mai”

Assistere allo spettacolo “La fine non arriva mai”, tratto da un libro della scrittrice Marilina Giaquinta,  non è semplice e non per la più scontata delle ragioni. Lo spettacolo appare duro perchè non cede il prezioso contenuto documentario alla garbata catarsi cui siamo abituati quando si rappresenta il presente atroce. In occasione della Giornata della memoria l’atto di coraggio a teatro è il rischio: Alfredo Lo Piero affronta il tema dello sterminio all’ottava alta; è lo stridere dell’insistito sulle testimonianze di tortura, affidate a coraggiosi giovani attori (Giorgio Candarella, Cleofe Allegra, Rubens Panarello, Daniele Russo), la difesa della legge che parla la lingua chiara e vigorosa della logica attraverso il personaggio di Carola Rackete (Rossella Guarneri), la costruzione della Sprachregelung per la soluzione definitiva (Mario Opinato, Domenico Maugeri) e il nodo in cui vorremmo e non possiamo trovare rifugio, figlio della stessa, proposto dal giudice per le indagini preliminari che vuol “solo” verificare le circostanze per una incriminazione formale (Laura Cotza). “La fine non arriva mai” è uno spettacolo informativo che viaggia sul filo di un rasoio insanguinatissimo: dove la sfumatura critica e articolata del commento storico non serve ad ammorbidire l’esperienza i testimoni dei blocchi della morte si rifiutano di essere fantasmi, galleggianti tra il senso di colpa e d’impotenza che ci garantisce la distanza storica. Dove invece non è possibile sfumare, il richiamo senza appello alla presenza impone la questione adamantina nella battuta di Rackete: “nessuno in Italia ha capito che cosa succede in Libia”. Nessuna pietà mediata per lo spettatore, nessuna distanza. Non si fanno giri di coscienza in questo mare.

Nella rappresentazione al Centro Studi Laboratorio d’Arte l’azione è rigida, funzionale a realizzare i passaggi di senso di una storia unica, incattivita, intrappolata in miglia marine cedute, territori neutri e nebbiosi, dai quali emergono parole studiate per prendere tempo, trasformando la legge dell’uomo in legge del civico barcamenarsi, ma anche braccia e resti e vita, che inevitabilmente trova vita. E questo è l’aspetto più sorprendente di questa opera, la sua potenza e la sua grazia. Nelle viscere sentiamo la crudezza della realtà in misura cui non siamo avvezzi e questo crea le condizioni di straniamento per accogliere il simbolo poetico.  Quello che ci si porta a casa non è un sospiro, ma un dubbio, il brivido d’essere sempre in tempo quando si tratta di agire la questione umana, scottante e semplice. La compagnia ha agito con rigore a rappresentare l’inevitabile piuma di Thot: o si vede l’orrore o no, o si manifesta una realtà partecipe o si partecipa di una realtà indicibile, rinunciando al senso, alla direzione di sè. In doppio duetto l’intendersi di chi prende decisioni di morte e il non potersi intendere tra chi l’ha vista e chi non vuole vederla e vuole arrendersi senza ferire ma senza pietismo, senza far grave torto alla morale intima e senza guardare, lasciano il centro della scena a qualcosa che non è permesso ignorare nè è concesso fraintendere.

Lo spettacolo, allestito per gli  80 anni dalla liberazione di Auschwitz, si prepara per un importante tour nazionale: Lampedusa, Malta, Lucca, Roma, Viterbo, Torino, Palermo,  sono solo alcune delle tappe che presto faranno tornare in scena “La fine non arriva mai”.

 

Articolo Firmato dall’attrice Irene Barbera

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