Il caso Almasri: una questione politica e giuridica ancora da chiarire

Uno dei casi di cronaca che tanto sta facendo discutere negli ultimi giorni è la questione del generale Almasri. L’accusa, rivolta dalla Corte penale internazionale, di crimini di guerra compiuti durante uno dei tanti momenti della guerra civile scoppiata nel 2011, ma che vede il generale sotto inchiesta per situazioni successive al 2015. Nella sua qualità di capo-milizia è sospettato di avere ucciso e fatto uccidere detenuti, prigionieri, dissidenti, attivisti, migranti. Inoltre, è pure accusato di torture, sevizie e abusi sessuali su detenuti dai cinque anni in su.
Contro Almasri le accuse erano già conosciute a partire dal 2022, quando è stato pubblicato il primo report del “Panel of experts” da parte degli ispettori Onu incaricati dal Consiglio di sicurezza di svolgere indagini in Libia. Il mandato di cattura internazionale, però, è stato richiesto a ottobre 2022 dal procuratore della Corte internazionale.
Come accade di norma in tali casi, spetta ad un tribunale, poi, esaminare le richieste della Procura che talvolta vengono rigettate. La presenza di Almasri – entrato in Europa attraverso l’Italia il con un volo da Tripoli a Roma – è stata segnalata dalla polizia tedesca, dove, Almasri, era stato bloccato per dare seguito ad un’attività di controllo. Dopodiché, la Corte dell’Aja si è riunita con urgenza e convalidato la richiesta di arresto.
La Corte, dunque, ha convocato le ambasciate di alcuni Stati, tra cui l’Olanda, in cui ha sede il Tribunale internazionale, e consegnato il mandato di cattura che è stato trasmesso ai rispettivi ministeri della Giustizia, compreso quello italiano, in quanto si sosteneva che Almasri avrebbe potuto varcare i confini nazionali di questi Paesi.
Ove il mandato d’arresto fosse stato emesso prima del diciotto gennaio, certamente, anche gli altri Paesi sarebbero stati soggetti all’obbligo di arresto. Ma, prima della Germania, nessun Paese ha segnalato la presenza di costui alla Corte penale internazionale. Tuttavia, nel mentre, Almasri giungeva in Italia, con la Polizia che, avendolo intercettato, procedeva all’arresto.
Nell’ordinanza che ha disposto la scarcerazione di Almasri ad opera della Corte d’Appello di Roma, vi era una dichiarazione del procuratore generale di Roma con cui si rendevano note le motivazioni: il pg “chiede che la Corte dichiari l’irritualità dell’arresto in quanto non preceduto dalle interlocuzioni con il ministro della Giustizia; trattasi di ministro interessato da questo ufficio in data 20 gennaio e, che, ad oggi, non ha fatto pervenire nessuna richiesta in merito”.
Nel momento in cui Almasri viene scarcerato, a piede libero, è diventato un “caso” per il Viminale da gestire, peraltro assai spinoso. Di conseguenza, il ministro Matteo Piantedosi, constatandone la pericolosità sociale, ha adottato un provvedimento di espulsione “per motivi di sicurezza dello Stato”. Ma, è notorio che, la pericolosità alla quale si pone riferimento è ipso facto elevata per aver consentito ad Almasri di fare rientro presso la patria natia libica, riaccompagnato con un volo di Stato. In Italia, le autorità procedenti hanno tenuto riservata la notizia dell’avvenuto arresto per alcuni giorni, fino a quando l’evento è stato successivamente divulgato e reso pubblico.
A tal riguardo, proprio il silenzio istituzionale rappresenta uno degli aspetti più critici sui quali si è dibattuto, al quale vi è stato seguito con la serie di “incertezze” avvenute successivamente. Il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, ha dichiarato con un comunicato che stava analizzando le carte a disposizione; tuttavia, il ministro non ha fornito un chiarimento in ordine alle richieste della Corte d’Appello di Roma chiamata a decidere per la conferma dell’arresto e, su ordine del ministro, il trasferimento di Almasri presso il Tribunale dell’Aja, nel quale avrebbe potuto trovare avvio il processo per i crimini in Libia.
Va da sé che, sulla base di tali accadimenti, l’esito si è tradotto nel rilascio di Almasri tramite un provvedimento adottato dal giudice, sebbene diverse ore prima, che il giudice decidesse di rilasciarlo, un aereo dei servizi segreti era stato inviato da Roma a Torino, luogo nel quale Almasri era stato catturato.
La questione, tuttavia, si è risolta in un caso istituzionale di rilevanza politica con ripercussioni sotto il profilo di eventuali responsabilità da parte dei principali esponenti coinvolti dell’attuale compagine politica. Infatti, a seguito di un esposto, in cui si ipotizzano i reati di favoreggiamento personale e peculato, Meloni, Mantovano, Nordio e Piantedosi hanno ricevuto una “comunicazione di iscrizione nel registro degli indagati”, trasmessa al Tribunale dei ministri.
Non si tratta, però, tecnicamente, di un avviso di garanzia, non indicando l’avvio di atti d’indagine che la persona interessata ha diritto di conoscere. Per i magistrati si tratta invece di un atto dovuto, mentre altri addetti ai lavori del settore giustizia si affrettano a sottolineare il fatto che l’obbligatorierà dell’azione penale – l’automatismo per cui si apre un fascicolo a seguito di un esposto – non appare esente da spazi di discrezionalità in capo al magistrato, parlando al contrario di atto voluto.
A questo punto sarà il Tribunale dei ministri, composta da un collegio di tre magistrati, una volta trasmessi gli atti, a disporre di novanta giorni per condurre l’istruttoria deputata all’esercizio del potere decidente riguardante l’archiviazione o, viceversa, procedere con il giudizio. E’ chiaro che, in quest’ultima ipotesi, le carte dovranno essere inviate alle Camere di appartenenza dei soggetti interessati per l’autorizzazione a procedere. Se la persona “istituzionale” non rivestisse la qualità di parlamentare, sarà invece il Senato a doversene occupare pronunciandosi in tal senso.