Roberto Rebora, il cesellatore della parola, il poeta del Lager e non solo

I SANTI
La cattedrale si piega nell’aria magica
dove ombre s’innervano
nel gioco
consueto del cuore: un moto naturale
nel rapido chiarore
dell’avvento.
Maturano gl’animi una
foresta ondosa
di figure distanti accanto alla perenne
morte dell’ora.
Oggi l’albero lascia le foglie, mansueto.
Roberto Rebora
Roberto Rebora, è una perla poetica tra le più preziose del Novecento. Da molti anni le sue opere sono accessibili solo ai bibliofili e agli addetti ai lavori. Pur non essendo stato allievo di Antonio Banfi, Rebora è stato definito il più meritevole rappresentante, per la poesia, della “scuola di Milano”. La sua scrittura raggiunge le vette dell’ essenziale e guadagna negli anni, in un’operazione di scontorno e di distillazione e centellinatura della parola, qualità sensibili e affettive che denotano la sua estrema purezza e sensibilità umana.
L’attenzione ai temi del silenzio attivo, della temporalità, della corporeità senziente, degli enigmi della Natura sono la sua cifra artistica. Nipote del più famoso Clemente Rebora, nacque a Milano ed iniziò a scrivere sulla rivista “Corrente”. Nel 1940 pubblicò la sua prima raccolta, Misure. Dopo l’8 settembre ’43 visse momenti drammatici: venne internato a Wietzendorf, in un lager tedesco, dove divise la prigionia con Giovannino Guareschi, Giuseppe Lazzati ed Enzo Paci.
Essendo uno dei “salvati”, decise di sublimare quell’esperienza drammatica attraverso la scrittura e le traduzioni.
Nel 1950 per le Edizioni del Piccolo Teatro pubblicò la silloge Dieci anni una raccolta in cui descrisse la vicenda dell’internamento nel Lager. Sono poesie dolorose sono pugni nello stomaco che descrivono il vissuto di milioni di persone,: “Della morte lo spazio assopito / scende stamattina sopra il campo / con l’acqua sottilissima d’autunno. […]” (Ogni fine). Poesie datate che ripercorrono, in un diario in versi, due anni terribili, in cui il dato percettivo è sempre filtrato attraverso l’estrema sensibilità e con la ricerca dell’essenzialità, del senso più profondo dell’esperienza. La produzione poetica seguente da Il verbo essere (1965) ad Altrove (1992) verrà pubblicata da Schewiller. Il verbo essere può essere considerata una raccolta di svolta nella sua produzione, come sottolinea Anelli, così come fu Gli strumenti umani per Sereni: “È una vita di pochi giorni / l’ho incontrata sul filo dell’aria / svoltando da una piazza solitaria / in Misterioso semplicemente / mentre l’aria lo stava pulendo / lungo le pietre risalendo / con una gioia repente. […]” (Verità?).
Collaborò a “Sipario”, alla “Rivista Italiana di Drammaturgia”, al “Corriere del Ticino”.
Fu molto apprezzato come traduttore di Gide, Beckett, Mauriac, Billetdoux, Nobecourt e tanti altri.
Luciano Anceschi lo inserì nell’antologia di poesia contemporanea, “Linea lombarda” (Edizioni Magenta, 1952), ma Rebora sfuggirà sempre a qualsiasi tentativo di classificazione, distinguendosi per uno stile personale in cui emerge un lirismo cristallino, profondamente legato al quotidiano, intriso della fatica del vivere da povero ( a stento riuscirà a godere solo della l mensilità a lui riconosciuta grazie alla Legge Bacchelli) e del peso dei ricordi della prigionia.
Scriveva di tutto ed era un grande osservatore che le parole le lavorava al merletto. Amava la solitudine e viveva la grande passione per la letteratura e per il teatro come rito silenzioso, come religiosa concentrazione. Quando se n’è andato in solitudine e in povertà, aiutato solo da pochi amici, la sua figura è stata presto eclissata da quella del più famoso Clemente Rebora.
Quando morì, nel coccodrillo del Corriere della Sera, Carlo Bo scrisse: “ Fu legato all’idea di verità che ha servito pagandone fino in fondo il peso e la fatica. Ricordarlo è un privilegio”.