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Medici stranieri in Italia tra carenze e burocrazia

Il nostro Paese risente di notevolissime criticità in tanti ambiti della pubblica amministrazione e, in questa direzione, il settore cruciale della sanità non risulta per nulla esente da avversità, anzi tutt’altro.

Gli organici dei “camici bianchi” attenti a prendersi cura della nostra salute sono sempre più esigui; la razionalizzazione degli investimenti nella sanità, nel corso degli ultimi decenni, ha contribuito ad alimentare gravi instabilità, ed oltretutto l’implementazione della sanità privata mista alla riorganizzazione della pianta organica dei presidi ospedalieri e di prossimità, determina, l’inverarsi di situazioni poco confortanti.

In relazione a tali questioni, pertanto, specie con riferimento alle carenze di personale e alle difficoltà a poterne reperire di nuovo, si è deciso negli ultimi tempi di “fagocitare” medici provenienti dall’estero per rinforzare la presenza dei reduci sotto-organico.

A tal proposito, il procedimento che un medico straniero percorre per esercitare in Italia è basato sulla previsione di un sistema di controlli e di garanzie per assicurare le cure dovute e, soprattutto, la qualità dell’assistenza. La valutazione dei titoli e, in più generale, le modalità ordinarie di esercizio della professione medica, esprimono gli strumenti finalizzati a realizzare forme di verifiche preventive sulla formazione e la qualificazione dei medici provenienti dall’estero. Ovvero, una pletora di controlli ai quali qualunque medico, italiano compreso, risulta sottoposto senza eccezioni di sorta.

La procedura ordinaria, al momento in vigore, indica una suddivisione tra Paesi dell’Unione europea ed extra Ue. Il riconoscimento dei titoli si declina, per gli Stati membri, ai sensi della direttiva comunitaria 2005/36, e viene disposta dalla Conferenza dei servizi composta dal Miur, dal Ministero della salute e dalla Fnomceo, deputata ad accertare la conformità dei titoli esibiti.

Un sanitario che intenda conseguire il riconoscimento del titolo deve, quindi, inviare il titolo stesso tradotto in italiano, da un perito giurato o dall’ambasciata, al Ministero della salute; inoltre, se avesse già esercitato nel Paese estero, deve procedere con l’allegazione di un certificato di good standing. Altrettanto importante è la padronanza della lingua italiana: sarà l’Ordine a verificare siffatta capacità attraverso un colloquio o prove attitudinali.

Cambia la questione allorquando la laurea sia stata conseguita in uno Stato extraeuropeo: il controllo, in tal caso, si manifesta più penetrante ed accurato con la relativa presentazione di una documentazione dai contenuti dettagliati e può concludersi, oltre che con il diniego, anche con l’obbligatorietà di un tirocinio da tenersi presso una struttura pubblica oppure con il superamento di una prova attitudinale.

La normativa contempla, sino al 31 dicembre 2025, la possibilità in capo alle Regioni di impiegare medici extracomunitari in deroga all’iter ordinario di riconoscimento dei titoli. Il medico dovrà comunicare all’Ordine competente l’ottenimento del riconoscimento in deroga da parte della Regione e l’indicazione della struttura presso la quale l’attività sarà prestata.

Una decisione che, giustificata in principio dallo stato pandemico sanitario e mirata ad affrontare un’emergenza epocale come quella da Covid-19, suscita ampie perplessità ove applicata in altre circostanze, tenuto conto che, riduce gli spazi di garanzia previsti dal procedimento ordinario a presidio della sicurezza delle cure in favore del cittadino. Il contemperamento tra i due interessi giuridici, cioè la sicurezza delle cure e il ricorso a soluzioni straordinarie di reclutamento del personale medico, non sembra motivare pienamente l’evidenza della deroga rispetto al sistema di garanzia, soprattutto se l’operatività di essa deriva da bisogni che, pur entrando in relazione con l’assistenza, si presentano per niente improvvisi.

Questa legge è una “toppa” prevista su iniziativa delle Regioni per individuare un rimedio a una situazione che loro stesse hanno contribuito a creare. Al nostro Servizio Sanitario Nazionale mancano, infatti, tra ospedale e territorio, più di ventimila medici e la situazione è destinata ad aggravarsi nei prossimi cinque anni, quando andranno in pensione circa cinquantamila medici tra specialisti e medici di medicina generale.

Peraltro, tanti medici abbandonano la sanità pubblica per le condizioni complicate nello svolgimento delle attività di cura, ancorché a causa di turni infiniti, stress, aggressioni e la scarsa soddisfazione. Le Regioni non hanno formato, in passato, per sbagliate programmazioni,  abbastanza specialisti per garantire la presenza di un turnover necessario. Nasce, così, l’esigenza di ricorrere a professionisti stranieri in deroga al riconoscimento dei titoli: esautorando quindi il passaggio importante con cui il Ministero certifica che le competenze di un medico laureato, o specializzato all’estero, siano analoghe a quelle dei medici italiani.

Questo genera peraltro rischi di disparità con i medici nazionali, i quali, per esercitare devono formarsi per nove-undici anni, acquisendo competenze specifiche sancite dalla legge, e poi iscriversi agli Ordini. E, cosa più rilevante, crea disuguaglianze nell’accesso alle cure, perché i cittadini, a seconda della Regione in cui vivono, vengono affidati a professionisti con competenze e vincoli deontologici non uniformi.

I medici provenienti dall’estero chiamati in forza della deroga, dunque, non sono sottoposti neanche al controllo deontologico da parte degli Ordini, che, non possono verificare la conoscenza della lingua italiana, importante perché – richiamando ciò che la stessa legge prescrive – la comunicazione costituisce, essa stessa, tempo di cura.

 

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Mi chiamo Luca Gigliuto e sono animato dalla straordinaria passione per il diritto, quest'ultimo inteso come occasione inestimabile di ricerca di giustizia e verità. Sono un legale e mi occupo, altresì, in qualità di docente di insegnamento, consapevole dell'importanza fondamentale di formare ed informare le persone con le quali ho costantemente il privilegio di poter interloquire, investendo, su quei valori alti del convivere umano e civile che, talora, la mediocrità di questo tempo sembra non considerare. Amo la scrittura che si traduce nella capacità di comunicazione e, a tal proposito, vanto collaborazioni con alcune tra le più prestigiose riviste giuridiche scientifiche online, come Diritto.it, Altalex e Quotidiano Legale. Sul piano professionale, inoltre, sono un amministratore condominiale, iscritto presso il registro nazionale Confedilizia, nonché mediatore civile e commerciale ed arbitro presso la Camera Arbitrale Internazionale. Mi nutre pure la passione per il sociale, la quale è coincisa con l'impegno personale nel mondo dell'associazionismo e in compagini politiche, sempre e comunque, a sostegno del bene comune come propria stella polare. Credere sempre, fermarsi mai.
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