D&D e Autismo, un mondo in cui sentirsi liberi di essere diversi

E se vi dicessi che esiste una correlazione a dir proprio terapeutica tra uno dei giochi di ruolo più famosi al mondo e l’autismo? Ebbene sì, questo è ciò che è stato scoperto attorno al mondo di Dungeons & Dragons e che ha rivoluzionato non solo la prospettiva attraverso la quale leggere il gioco stesso ma anche l’approccio alle terapie dell’autismo.
Lo studio è stato condotto da ricercatori dell’Università di Plymouth, dell’Edge Hill University e dell’Università di Dalarna durante il quale i giocatori sono stati impegnati in sessioni di gioco molto intense per un periodo della durata di sei settimane, portando dei risultati inaspettati e allo stesso tempo rilevanti nel mondo delle neuroscienze.
Ora, prima di affrontare direttamente le conclusioni alle quali gli studiosi sono giunti, è utile spiegare, brevemente, in cosa consiste Dungeons & Dragons: gioco fantasy da tavolo, in cui ogni giocatore crea un personaggio, con caratteristiche fisiche, morali, caratteriali ben precise che immergerà all’interno di un mondo fantastico narrato dal Master, in cui si alterneranno momenti fatti di magia, avventura, duelli e persino grosse risate. Come ogni gioco che si rispetti ci sono delle regole da seguire ma non tutte sono così ferree; c’è altrettanto spazio da dedicare alla creatività e alla libertà di immaginazione che in Dungeons & Dragons può non avere limiti. E cosa molto importante: è un gioco in cui la comunicazione, la collaborazione, la forza di squadra sono valori ben radicati; possono essere considerati come ingredienti principali per affrontare quello che la sessione nello specifico poi prevederà. Già da questa rapida e generale descrizione di Dungeons & Dragons, si comprende il forte impatto che ne è emerso durante l’esperimento condotto su giocatori affetti da autismo.

L’autismo, ben si sa, è una neuropatologia che può emergere sia in età infantile che in età adulta, che può avere diverse cause e diversi sintomi ma, in particolar modo, la peculiarità che più accomuna chi ne è affetto è il distacco sociale, non solo inteso come una difficoltà rilegata alla sfera relazionale ed emotiva da parte del soggetto autistico nei confronti degli altri ma anche inteso come un atteggiamento di chiusura da parte della società stessa nei loro confronti. Ed è proprio riguardo a questo aspetto che lo studio ha condotto a dei risultati eccezionali. Sono stati presi in analisi due momenti del gioco: il tempo trascorso durante la sessione e il dopo, a gioco concluso. In primo luogo, si è notato come il giocatore autistico si senta a suo agio nella creazione del personaggio e nell’attuare il seguito di azioni volute, questo perché si sente libero di poter essere chi vorrebbe, di creare persino una sorta di alter ego al quale far fare tutto quello che nella vita reale non potrebbe; si sente comodo all’idea di vagare con la propria fantasia sicuro di non cadere in derisioni in merito a ciò che di più assurdo l’immaginazione possa essere in grado di costruire. All’interno dell’avventura, il personaggio può rappresentare la versione migliore del giocatore, o quella peggiore; può essere il risultato dei suoi sogni, delle sue paure, di quei desideri che si celano al suo interno e che non oserebbe rivelare agli altri. È apparso, inoltre, come questa sensazione di agio persiste anche al di fuori del gioco e del personaggio. È stato possibile evidenziare come i soggetti autistici abbiano mostrato dei miglioramenti nella sfera sociocomunicativa inerente al loro quotidiano. Più sicurezza di sé e nell’istaurare legami interpersonali, maggiore partecipazione alla vita sociale, crescita empatica. Tutti traguardi importanti e per nulla scontati per chi ha l’autismo come principale compagnia. Entrare in connessione con l’altro empaticamente è quanto di più difficile possa esserci a livello cognitivo, e un gioco come Dungeons & Dragons permette di rafforzare questa capacità.

Lo studio ha posto un tassello in più nella scoperta delle terapie da poter sottoporre a chi è affetto da autismo, per aiutare a incrementare le occasioni di interazione con l’altro, fondamentale per crescere all’interno della società. Dall’altro si impara molto e all’altro si dona altrettanto. Non solo, lo studio porta a comprendere com’è essenziale l’inclusione. Il gioco non preclude a nessuno la possibilità di partecipare e accetta le differenze tra un giocatore e un altro e tra i personaggi. Ognuno di loro si comporta in modo diverso e per questo unico; non c’è niente di sbagliato nell’essere diversi o nel provare ad esserse ciò che si vorrebbe. È l’approccio giusto che la società dovrebbe adottare: un atteggiamento di apertura e accoglienza nei confronti di chi è diverso, perché diversi lo siamo tutti, perché essere diversi vuol dire essere normali.