Ulteriori chiarimenti sulla vicenda del gender alle Olimpiadi

Nel precedente intervento, si è illustrata la posizione del Comitato Olimpico Internazionale (CIO) sul problema generale dell’ammissione alle categorie di genere nelle competizioni sportive di alto livello.
Federazioni che non stabiliscono criteri di ammissibilità
Come precedentemente chiarito, le federazioni internazionali dei singoli sport non sono obbligate dalle Linee guida del CIO ad adottare criteri di ammissibilità alle categorie di genere. In questi casi, l’ammissione dovrebbe avvenire sulla base di quanto risulta dai documenti d’indentità. Almeno, questo è quanto accaduto per l’ammissione alle Olimpiadi di Parigi delle pugili Imane Khelif (Algeria) e Lin Yu-ting (Taiwan).
Federazioni che stabiliscono criteri di ammissibilità
Nel 2022 la Federazione Internazionale di Nuoto (FINA), oradenominata World Acquatics (WA), ha adottato i propri criteri. Le federazioni di ciclismo e atletica leggera hanno stabilito criteri analoghi.
Istruzioni sull’ammissibilità alle categorie maschili e femminili emesse dalla WA
La WA entra in polemica con le nuove Linee guida del CIO, richiamando la dichiarazione congiunta delle Federazioni Internazionale e Europea di Medicina Sportiva, secondo cui:
La WA ha creato un gruppo di lavoro (atleti, scienziati e esperti di diritti umani) per: 1) vagliare le prove scientifiche circa un vantaggio derivante dalle differenze sessuali nelle prestazioni sportive, e 2) stabilire criteri di ammissibilità per la partecipazione delle atlete transgender e con DSD associato a un’anomalia numerica dei cromosomi sessuali (46 XY) nelle categorie femminili.
In base ai risultati del gruppo di lavoro, la WA ha stabilito i requisiti di ammissibilità.
Atlete femmine: idonee a gareggiare nella categoria femminile, indipendentemente da genere legale, identità o espressione di genere. Ma, se hanno fatto uso di testosterone, devono rispettare certe condizioni.
Atlete transgender uomo-donna e atlete con DSD 46 XY: possono gareggiare nella categoria femminile a condizione di:
Le Istruzioni sono completate dalle seguenti Disposizioni operative.
Considerazioni
Il punto di maggior frizione tra la normativa della WA e quella del CIO riguarda senz’altro il “principio di non presumibilità di un vantaggio competitivo”, con il conseguente obbligo, per le federazioni di fornire prova scientifica dell’esistenza di un vantaggio.
La WA, in base ai risultati del grupppo di lavoro, ha ritenutoche alti livelli di testosterone forniscano un rilevantevantaggio competitivo.
Assumiamo che l’affermazione sia scientificamente corretta.
La WA disciplina in modo diverso la situazione delle atlete transgender e quella delle atlete con DSD.
Le prime, se non riescono a dimostrare di non aver vissuto una “pubertà maschile” (per insensibilità agli androgeni o perprecoce soppressione del testosterone), sono irrimediabilmente escluse dalle gare.
Per le atlete con DSD (ma anche per le transgender che abbiano fornito la prova di cui sopra), i livelli di testosterone, nella misura e per i periodi specificati, sono decisivi.
Tutto sembrerebbe quadrare: il vantaggio è provato e ci sono precise regole di ammissibilità. Tuttavia, dubbi e perplessità permangono.
Tralasciamo il rispetto dei principi relativi al primato della salute e all’autonomia sul proprio corpo, che pure meriterebbero un approfondimento.
Le Linee guida del CIO, richiedono l’esistenza di un vantaggio competitivo “ingiusto e sproporzionato, cioè ottenuto modificando il proprio corpo ovvero eccedente in modo sproporzionato altri vantaggi esistenti nelle competizioni di alto livello” (principio di correttezza).
Restano, quindi, da provare ingiustizia e sproporzione del vantaggio.
Chiariamo subito che eventuali modifiche corporali non rilevano, perchè la soppressione del testosterone (idem per eventuali operazioni chirurgiche), ha lo scopo di eliminare, non di ottenere, un vantaggio.
E allora: in che senso il vantaggio delle atlete transgender e con DSD può essere ritenuto ingiusto?
Esso non deriva alcuna scelta delle atlete ma dalla loro identità di genere non allineata alla biologia (transgender) o da un loro modo biologico di essere (DSD). L’unica scelta operata è stata quella di impegnarsi nell’attività sportiva di alto livello: nessun comportamento sleale può essere loroattribuito.
Si può forse negare che, a parità di capacità fisica e abilità tecnica, una giocatrice di basket alta 2 metri o più abbia un vantaggio competitivo su una alta “solo” 1,80? Tuttavia, nessuna delle due ha scelto la propria altezza: esse semplicemente “sono fatte così”. E lo stesso vale per il testosterone. A meno che non si vogliano riesumare vecchie polemiche secondo cui l’identità di genere è una scelta. Il che, comunque, non varrebbe per le atlete DSD.
Quanto alla sproporzione del vantaggio, si è già detto della difficoltà di definire quando il vantaggio “da testosterone” sia sproporzionato rispetto ai normali vantaggi competitivi. Tornando al basket, bisognerebbe dimostrare che il testosterone offre un vantaggio sproporzionato rispetto a quello dell’altezza, cosa che appare francamente impossibile per l’ovvia assenza di standard di riferimento.
L’interpretazione fondata sulla possibilità di conservare il senso della competizione in presenza di un certo vantaggioconduce al paradosso di escludere un atleta che, a parità di impegno sportivo, per mere doti di natura si pone “sproporzionatamente” al di sopra degli altri (esempi dello sprinter in grado di correre i 100 metri piani nella metà del record mondiale e del pugile con una forza tale da causare immediatamente gravi lesioni fisiche all’avversario)
Trovare una soluzione ragionevole che soddisfi tutti gli interessi e i diritti in gioco sembra molto difficile. Tuttavia, accettando come scientificamente corretta l’affermazione secondo cui oltre determinati livelli di testosterone si acquista un vantaggio competitivo, il CIO potrebbe almeno eliminare i requisiti di “ingiustizia e sproporzione” e richiedere semplicemente che le atlete rispettino detti limiti, per come fissati obbligatoriamente dalle singole federazioni. Al tempo stesso, si potrebbe imporre alle federazioni la creazione di categorie e competizioni aperte a tutte le atlete.
Per gli sport “violenti e di contatto”, come il pugilato, si potrebbe anche pensare di elaborare esami e test volti a garantire la sicurezza di atleti e atlete, magari creando ulteriori sottocategorie oltre quelle di peso. Nel pugilato, si potrebbe anche pensare a “personalizzare” i guantoni, per evitare divari eccessivi nell’impatto dei colpi e privileggiare l’abilità tecnica. Un po’ come accade nell’ippica con le corse a handicap, sempre che il riferimento non suoni offensivo…per i cavalli naturalmente!