Il vertice Nato a Washington per dettare una linea politica di difficile orientamento

Sul versante internazionale la Nato rappresenta l’organizzazione tra le più importanti che per il tramite dell’insieme degli Stati che l’hanno costituita, in origine, e aderito, successivamente, contribuisce a scrivere decisive pagine di storia in chiaroscuro.
Quando ci si riferisce alla Nato è abbastanza agevole scontrarsi con posizioni aprioristicamente ideologiche con “fazioni” contrapposte, talora a favore dell’operato di essa, talaltra sollevando criticità nei confronti di azioni a volte discutibili.
In tutto questo, a prescindere dalle rispettive posizioni assunte agganciate a visioni strettamente soggettive, si ritiene debba porsi l’attenzione, soprattutto, in relazione alle diverse strategie nel tempo fatte proprie da essa; soltanto un approccio di tipo “oggettivo” consente di sviluppare orientamenti validi ai fini dell’analisi di questa importante organizzazione euro-atlantica.
In alcuni momenti della storia si è pure dubitato dell’esigenza che la Nato potesse ancora conservare le ragioni della sua esistenza, in modo particolare quando a conclusione della guerra fredda si registrò un avvicinamento tra le principali potenze mondiali storicamente contrapposte, mentre, in altre fasi temporali, come ad esempio quella attuale, taluni sostengono un forte bisogno dell’Alleanza Atlantica, favorendo altresì un allargamento di quest’ultima contro le minacce provenienti da Stati come Russia, Corea del Nord e Cina.
Questa è la intricata traiettoria nella quale si inserisce, a Washington, lo scorso 9 luglio, uno dei vertici Nato che, con molta probabilità, entrerà nella storia. Di certo è presto ancora per affermare se l’importanza dell’incontro sia sostanzialmente ascrivibile all’”irreversibilità” delle decisioni adottate per il presente e soprattutto per l’avvenire. Tuttavia, il termine irreversibile ricorre spesso nell’ambito del contenuto dei dialoghi che hanno caratterizzato lo svolgimento dei lavori presso la capitale americana; ma sicuramente si è trattato di uno spartiacque per il futuro dell’Alleanza Atlantica e per le relazioni tra gli Stati Uniti e gli altri alleati.
Inoltre, ad assumere rilevanza è anche il cambio della governance della Nato, poiché il vertice in parola è stato l’ultimo Summit guidato da Jens Stoltenberg, il segretario generale al comando della Nato in un periodo particolarmente burrascoso: infatti, dal 2014 a oggi, ha assistito al ritiro delle truppe dall’Afghanistan e al ritorno al potere dei talebani, alla guerra nel Donbass ucraino fino all‘invasione russa in Ucraina e ai successivi due anni e mezzo di battaglia, all’aumento dei contrasti tra la Cina e Taiwan in uno dei contesti più delicati per il mantenimento degli equilibri geopolitici tra le potenze internazionali coinvolte.
In programma fino all’11 luglio, il 75esimo vertice dell’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord, prevede per la prima volta la partecipazione di 32 membri, a seguito dell’ingresso della Svezia, nonché ancora una volta la presenza del presidente dell’Ucraina, Volodymyr Zelensky, proprio come a Vilnius lo scorso anno.
La questione ucraina sarà una delle più calde sul tavolo degli alleati, sia sul fronte degli aiuti militari sia su quello della futura adesione di Kiev alla Nato. Tuttavia, è da escludere che sarà accolta la richiesta di ingresso, sebbene l’ambizione più elevata è quella di consolidare l’aggettivo “irreversibile” per definire un percorso di futura adesione. In verità come e quando ciò dovrebbe verificarsi non è dato sapersi, specie in uno scenario in cui non si è registrato il semaforo verde per l’ingresso dell’Ucraina nella Nato, ma il presidente ucraino non tarderà a cercare riscontri a Washington.
Sul versante che riguarda l’invio di armamenti, si conferma, in agenda, il programma di assistenza pluriennale da cento miliardi di dollari per una durata pluriennale, proposto ad aprile dal segretario generale Stoltenberg e che dovrebbe costituire l’impegno più concreto degli alleati perché la Nato prenda direttamente in mano la responsabilità dell’assistenza militare all’Ucraina. È questo il cardine della volontà di rendere “a prova di futuro” il sostegno dell’Alleanza Atlantica a Kiev, anche attraverso un nuovo comando militare a Wiesbaden (Germania) responsabile per il coordinamento delle operazioni di invio degli aiuti e di addestramento dei soldati ucraini. In termini pratici questo vale a significare che la responsabilità passerà dagli Stati Uniti – il cui dipartimento della Difesa, a ora, guida il Gruppo di contatto per la difesa ucraina – alla Nato, assicurando quindi, un futuro anche in caso di criticità interne nella politica interna americana.
L’instabilità potrebbe derivare, infatti, dall’eventuale rielezione di Donald Trump alla Casa Bianca dopo la tornata elettore di novembre, che potrebbe determinare nuovi equilibri da quelli attuali rispetto alla partecipazione statunitense nell’organizzazione e del suo finanziamento, ma anche la protezione degli alleati e le relazioni con la Russia di Putin.
L’ultima missione di Stoltenberg da segretario generale sarà quella di tenere uniti i capi di Stato e di governo dei 32 Paesi membri Nato, prima di passare il testimone all’ex-premier olandese, Mark Rutte, che lo succederà a partire dal primo ottobre. La nomina ufficiale di Rutte è arrivata lo scorso giugno al termine della riunione del Consiglio del Nord Atlantico: “Guidare questa organizzazione è una responsabilità che non prendo alla leggera, sono grato a tutti gli alleati per aver riposto la loro fiducia in me”, erano state le prime parole del futuro segretario generale della Nato.
In un’Alleanza Atlantica che potrebbe uscire da Washington “a prova di futuro”, l’impegno preso da Rutte è quello che “rimarrà la pietra angolare della nostra sicurezza collettiva“, anche attraverso il necessario allineamento, da parte di tutti gli Stati alleati, all’obiettivo minimo del due per cento di spesa per la difesa sul Prodotto interno lordo.