Le poesie “Di venti varia” di Anna Rita Nutricati tra la ricerca del mito e la potenza della parola

“Anna Rita Nutricati vive la poesia nella sua accezione più alta, modellando una lingua sui timbri e le forme provenienti da uno studio rigido, sia del pensiero sia del significato che, con incastri a coda di rondine, ci consegnano componimenti netti, mai lasciati nella sospensione del déjà-vu, anche al cospetto di un “Io” non di rado dolorante, torturato che mescola il suo stesso sangue con quello del mondo, che fonde materia viva e inerte, in un’unica voce” spiega Alessandra Franci nella prefazione della raccolta di poesie “Di venti varia” di Anna Rita Nutricati pubblicata per “I Quaderni del Bardo” Edizioni Stefano Donno. E’ un opera prima di questa poetessa che mostra tensione aulica, raffinata ispirazione e solida vena. Ha pubblicato versi per varie riviste però adesso si cimenta come esordiente con la pubblicazione di questa silloge. L’opera si divide in tre sezioni “Per Asfodeli”, ”Iconografia” e “Fuoriscena” che condensano un lungo canto di melodie, suoni, voci, in un percorso a volte ermetico e misterioso, altre aperto e icastico.la sua arte poetica richiama alla mente antichi lessici del XII secolo, di tratti semantici antichi e rigogliosi, in cui l’allegoria è centrale che in Italia si distinse e sviluppò con l’avvento degli stilnovisti. Per dirla con parole semplici Anna Rita Nutricati esprime una poesia “colta” originata da uno studio profondo, attento e meticoloso. Tuttavia la sua poesia è sorretta dal pathos naturale senza indulgere nella vanità degli eruditi e così tende a tradursi in creazioni fonetiche di pregevole livello che si leggono tutto d’un fiato. E’ una poesia che richiama la tradizione classica in cui la ricerca della mitologia è l’apice della lirica. Eppure i versi scorrono leggeri senza fine legati dall’unicità di un linguaggio lucido, nitido e vivo.
Cosi si inizia “Per Asfodeli”,che è il mondo delle anime, viandanti che attraversano il tempo, in uno spazio metafisico senza riferimento mentre nel girovagare delle immagini , si manifesta una potenza delle parole che diviene espressività dura o lieve. Inizia con il mito dell’eterno ritorno e la ricerca della perfezione con una rigorosa costruzione formale della metrica senza sbavature non ancorata a rigide regole tecniche. Sembra la poesia dei “trovatori” che colgono essenze e senso nei miti anche per noi isolani della Trinacria sono assai cari “Sulla bocca di Afrodite barcheggia, per difetto, un nome: quell’Efesto che per incarco o errore nella camera dell’Etna uccise nel genio l’amore ”. E ancora altre evocazioni di antichi miti Idrusa, Fetonte, Tantalo, Efesto. Nell’ ieratico lessico affiora sempre un dolente sentimento ai limiti dell’umorismo “Non amo l’orizzonte ma lo strabismo di Venere.”. “Iconografia” si muove in terre lontane tra misteri e abissi, tra travolgente passione e sensualità inarrestabile nella contemplazione della bellezza e della potenza femminile avvolta nel destino“(O Iside Regina, non v’invidio più lo sbalzo in trono né la rovina)”. E si visiona l’amore con occhi tremuli e smarriti nel frastagliato viaggio lunghi i pendii dell’anima con toni di intimità dolente verso chi non ascolta “Acquattati nel tremulo cerchio che la luna si disegna sul mare, tu inizi arioso a favolare. Mentre labbreggio sequele d’assenso per abbigliare di poco il mio devoto, ieratico silenzio”. E ancora “ Le braccia avvitate non stringono più niente, eppure la tua voce mi rimane fra le carene sepolte e vive di noi, non noi. Divisamente”. Si ritagliano immagini fantasiose di figure mitologiche che arricchiscono di colori la poesia nel muto declinare della natura. L’eterno disamore è sempre supplizio, sofferenza “esacerbai il pianto come la palinodia di un arcadico canto. Ma dall’aia di ritorno nessun fido pastore supplicai di ascoltarlo”, “Solo i reduci ippocampi porsero il dorso ai due feroci amanti”. La poesia è l’arte più soggetta agli umori dell’Eros, della fantasia e delle emozioni, necessario nutrimento interiore dello spirito che fa dire all’autrice parole chiare e nitide “Approfondirti come un argomento, girarti intorno come un astruso concetto, o meglio, renderti parola vana cosicché nessuno ti s’appressi e solo io resti per i tuoi sintattici amplessi”. Nei versi non c’è spiegazione razionale plausibile, c’è solo il profumo di parole, inebrianti e dolorose. La terza sequenza di silloge è “Fuoriscena”,con l’epilogo dell’autrice “C’è un luco di faggi dove schiocco cementi e tra le resine le epopee mi fasciano come flutti e correnti. È da lì che ribusso alla tua porta paga dall’idea che tu mi raccolga”. Si condensa in questa parte dell’opera della poetessa il dolore di un’esistenza di cadute nelle viscere e rinascite improvvise “Nel fasto non v’è impresa ma è dallo scalpello ammaccato che impari la morte e pure la sopravvivenza”. Le parole sembrano ricercare la quiete che si erge sopra le miserie del mondo e forte sono gli impeti di pathos per le sofferenze del cuore ,“Come viziosi e teneri/amanti, il lento congedo/scambiano con in preamboli”. Non manca il sentimento in questo poetare e la tenace speranza di un futuro di pace” E mi convinco che il tuo passo le odierne stagioni disdice: così verrai d’inverno ad asciugarmi la fronte e col vampo dell’estate ad abbatuffolarmi dal maestrale”. Di fronte agli interrogativi della natura, del cosmo, dell’aldilà non c’è risposta, solo la fede soccorre anche se le domande pervadono la mente “E chiedo e per vero disdicendo:- Come può la notte cercare il buio e la tempesta il vento ?” . Infine il commiato è una leggera carezza senza enfasi e retorica, tipica di una maturità poetica, in cui all’emotività istintiva si sostituisce la futilità delle cose, la caducità del vivere e volatilità del tempo “E’ più spargo e più scompaio nella fine maestria del retorico imbroglio. Affinché neanche tu ti accorga con agio del mio bizzarro, improvvido passaggio”. Promettente e brillante esordio di questa poetessa di cui continueremo a sentire parlare nel futuro.
