Caltagirone, l’incontro su Giacomo Matteotti. Intervista ad Antonio Matasso “Un martire della libertà che si schierò contro il totalitarismo”.

Si è svolta a Caltagirone nella Sala Scelba del Municipio un importante e approfondito incontro storico su “Giacomo Matteotti a cento anni dall’assassinio. L’attualità del pensiero e la coerenza del suo impegno”. L’iniziativa è stata organizzata e curata dal comitato di Caltagirone per il centenario del delitto di Matteotti guidato da Massimo Porta, il quale ha svolto il ruolo di promotore dell’iniziativa nonchè moderatore della serata. All’inizio vi sono stati i saluti istituzionali del sindaco di Caltagirone Fabio Roccuzzo ,che ha sottolineato l’importanza della memoria storica di una figura fondamentale dell’antifascismo italiano, subito dopo è intervenuto, in collegamento streaming, il prof. Maurizio Degl’Innocenti, Presidente della Fondazione Turati e Presidente del Comitato Nazionale centenario del delitto Matteotti, il quale nei giorni scorsi è stato a Londra dove ha spiegato a Londra agli studenti della Facoltà di Storia la vicenda storica del delitto Matteotti.

Salvatore Venezia in collegamento streamig
Il professore ha fatto riferimento proprio alla visita di Giacomo Matteotti nella capitale britannica pochi giorni prima del suo assassinio per un incontro con i Laburisti inglesi con cui aveva rapporti molto stretti, i quali diedero al parlamentare documenti scottanti riguardanti le concessioni petrolifere nella pianura padana che comprovavano l’erogazione di tangenti, addirittura alla famiglia reale e ad Arnaldo Mussolini , fratello di Benito. E questo è stato il movente principale che ha portato all’eliminazione del deputato socialista per evitare che lo stesso facesse una conferenza stampa su questo dossier su cui era in possesso che avrebbe fatto scalpore a livello internazionale. Massimo Porta ha trattato il tema dei rapporti fra Giacomo Matteotti e Arturo Vella, vice segretario del Psi esponente del “massimalismo” socialista, che tendevano al superamento delle divisioni tra l’anima riformista e l’anima massimalista, alla ricomposizione della scissione tra il Partito Socialista Italiano e il Partito Socialista Unitario di cui Matteotti era segretario. Porta ha sottolineato il fatto che il calatino Vella fu pontiere della possibile riunificazione tenendo aperto un dialogo con Giacomo Matteotti.

Da sinistra Massimo Porta, Fabio Roccuzzo e Antonio Matasso
Massimo Porta ha affrontato lo stretto rapporto tra Giacomo Matteotti e Don Luigi Sturzo, evidenziato molto bene dal film di Florestano Vancini “Il delitto Matteotti”, in cui si vedevano i due esponenti politici passeggiare sul lungotevere a Roma e incontrarsi per verificare la possibilità che, poi, sfumò di un centro sinistra “ante litteram” , di un accordo tra il Partito Socialista e il Partito Popolare compresa una parte dei massimalisti, per scongiurare l’ascesa del fascismo. La Chiesa cattolica, settori di conservatori ma anche la base massimalista del socialismo respinsero questa ipotesi politica. Sia Massimo Porta ma soprattutto, Salvatore Venezia, archivista e storico, si sono soffermati sulle vibranti proteste a Caltagirone dopo il delitto Matteotti quando arrivò il 15 Giugno 1924 in Sicilia la notizia del delitto (avvenuto il 10 Giugno ). Ci furono delle manifestazioni imponenti a Caltagirone, di cui parla anche Massimo Salvadori nel suo libro su Matteotti, che furono spontaneamente agitate dagli studenti ma anche dai socialisti di Caltagirone che arrivarono in piazza con la bandiera abbrunata che poi fu calpestata dai fascisti. L’indomani ci fu un’altra manifestazione che poi fu repressa dalla polizia che si concluse con gli arresti di alcuni dirigenti del Partito Popolare e del Partito Socialista calatino.

La Sala Scelba gremita di pubblico
Il prof. Antonio Matasso, Presidente Comitato Siciliano centenario del delitto Matteotti, docente universitario ed avvocato, che ricopre il ruolo di Presidente Regionale della Federazione Italiana delle Associazioni Partigiane e in questo momento è impegnato come Presidente del Comitato Siciliano centenario del delitto Matteotti, ha rilasciato un’originale, stimolante e attenta intervista sul pensiero e sull’opera di Giacomo Matteotti che vale la pena di riportare integralmente .
Professor Matasso, l’attualità dell’omicidio Matteotti dopo 100 anni ancora fa mobilitare le coscienze democratiche.
E’ proprio vero che si pone una questione di attualità intanto perché due mesi fa per esempio è stato assassinato in Russia un dissidente importantissimo come Alexei Navalny che crea un ponte tra passato e presente. Navalny era il più importante dissidente anti-Putin, Matteotti era cent’anni fa il segretario del partito politico più perseguitato dal regime fascista. Molti di noi sarebbero stati portati a pensare fino a un po’ tempo addietro che anche in altri contesti del mondo era irripetibile quanto è successo cent’anni fa in Italia. Vediamo che così non è. Ma aggiungerei un ulteriore elemento.
È vero che Matteotti viene ampiamente celebrato ma ciò non è detto che corrisponda anche il dato che sia ampiamente conosciuto. Il pensiero di Matteotti è attuale anche per molte cose che oggi magari sarebbe il caso di riscoprire. Per esempio gli studi che fece in ambito giuridico, ha scritto una tesi di laurea sulla recidiva che è un contributo valido ancora oggi per una visione garantista del diritto. Matteotti era un riformista coerente che, quindi, avversava qualunque forma di totalitarismo e quindi la sua polemica si rivolse soprattutto contro i fascisti. Si rivolse anche nei confronti di chi ammirava le conseguenze della rivoluzione di ottobre, la rivoluzione che c’era stata pochi anni prima, nel 1917.

Antonio Matasso
Matteotti ripudiava l’idea che potessero instaurarsi delle dittature di segno diverso, ma dove la violenza in atto in potenza dell’una potesse essere la giustificazione per la violenza in atto in potenza dell’altra.
È naturale che questo non postula un’equiparazione tra i totalitarismi, ogni totalitarismo è un fatto a sé. C’è una tendenza per esempio in molti a fare, in molti anche nel tempo presente, a descrivere il fascismo come una reazione giustificata nei confronti del comunismo. Non è così, naturalmente. Turati, il maestro del martire, e il suo allievo erano negli anni venti i veri difensori dello Stato liberale, erano i riformisti che difendevano lo Stato liberale a fronte di qualche tentennamento che invece fra i liberali storici c’era. Se pensiamo che Giolitti, che poi morì insultato dai fascisti e Croce ebbero inizialmente qualche tentennamento nei confronti del fascismo, poi Croce ebbe il tempo di riscattarsi perché scrisse il manifesto degli intellettuali antifascisti ma Turati e Matteotti non ebbero nessun tentennamento, i riformisti capirono subito qual era la pericolosità, la perniciosità del fascismo e assunsero le posizioni più nette che mettevano Mussolini in imbarazzo perché finché erano i comunisti a prendere delle posizioni contro il fascismo Mussolini ne avvertiva meno la pericolosità perché comunque i comunisti volevano sostituire lo Stato liberale, le istituzioni dell’Italia che c’era stata fino a quel momento. Turati e Matteotti volevano evitare l’avvento del fascismo, volevano mantenere e proteggere ciò che c’era di buono nello Stato liberale e il fatto che questo tipo di difesa venisse da un’impostazione che non era massimalista, non era estremistica, ma era tutta interna alla civiltà della libera democrazia era qualcosa che il fascismo avvertiva come particolarmente insidiosa.
In questi ultimi mesi stiamo assistendo ad un proliferare di comitati per il centenario di Matteotti. Lei come si spiega questo fervore a distanza di cento anni?
Ovviamente è qualcosa che fa piacere, devo dire anche rispetto alle iniziative che stiamo facendo col Comitato Nazionale. Il fatto che a latere vi siano altre iniziative autonome non collegate è cosa buona e giusta, non può che farci piacere anche come eredi di una certa tradizione del riformismo socialista che anche altri si intestino la figura di Matteotti perché comunque è un martire che ha avuto una sua cifra molto chiara ovviamente nell’Italia del tempo è diventato un patrimonio comune perché è stato comunque il segretario, l’unico segretario di partito in carica che viene ucciso nella maniera più plateale possibile e quindi è chiaro che in fin dei conti è stato un testimone di tutta la democrazia e di tutti i democratici quindi è una cosa che ci fa molto piacere che venga percepito come attuale.
La cosa che stiamo cercando nel nostro piccolo di accompagnare a questo è che oltre a celebrarlo così diffusamente cerchiamo anche di conoscerlo in quello che era il suo pensiero e di vedere tutti gli aspetti prolettici che ci sono nella riflessione di Matteotti cioè è una linfa da cui noi possiamo attingere anche in questo tempo proprio di crisi della liberal democrazia, in cui la liberal democrazia era attaccata dal sovranismo, dal populismo.
Ecco, il pensiero denso di Matteotti, che poi è quello del riformismo Turatiano e che ha avuto nel dopoguerra delle linee di continuità nell’autonomismo socialista, nel riformismo socialista, tanto di Saragat quanto di Nenni post-Ungheria, sono delle cose che ci permettono di percepire quella compresenza dei morti e dei viventi che ci fa dire che oggi Matteotti ci servirebbe anche per capire qual è il significato dell’europeismo in un mondo dove si riaffacciano invece derive di tipo ultranazionalista e si riaffacciano anche nel nostro occidente, cioè pensiamo viene attaccato il Parlamento americano nel nome del suprematismo bianco in Francia, una cosa impensabile fino a qualche anno addietro, cioè il fascismo o qualcosa che comunque gli assomiglia da vicino che spunta a Capitol Hill, che spunta nel cuore della democrazia americana, altri che proprio nell’imminenza di elezioni europee che di fronte alla guerra in Ucraina dovrebbero portarci a dire che ci vuole più Europa, che ci vuole una difesa europea.
Ci dicono che vogliono meno Europa, che vogliono più chiusure nazionaliste, che vogliono meno Stato di diritto, magari prendendo ad esempio l’Ungheria di Orbán. Ecco, riscoprire il pensiero dei riformisti è un ottimo antidoto contro queste derive pericolose.
Guardando il panorama politico di oggi, chi sono gli eredi di Matteotti?
Allora, il problema è questo, sicuramente Matteotti appartiene a tutta la cultura democratica per quello che è stato il livello della sua testimonianza a favore della democrazia.
Va detto che gli eredi del pensiero strettamente identificato di Matteotti purtroppo sono largamente estinti e quei pochi che ci sono che ancora continuano a portare avanti le idealità e i valori del riformismo socialista, gli ideali per cui Matteotti è morto ma per cui sono morti anche i fratelli Rosselli soprattutto Carlo, che tra l’altro fece parte della segreteria del partito di Matteotti, Carlo Rosselli insieme a Saragat e a Treves.Ecco, purtroppo queste membra sparse, queste membra del riformismo socialista scontano una difficoltà ulteriore.
Più che di un silenzio dei riformisti, per quanto pochi siano, c’è il tema del silenzio sui riformisti.
Nel senso che molto spesso nel dibattito politico corrente c’è tutto l’interesse delle forze maggioritarie a non fare emergere la voce di chi si rifà una tradizione legata al gradualismo, a un certo modo di intendere la lettura del presente, delle dinamiche politiche ed economiche, si preferiscono le scorciatoie del pensiero, le soluzioni semplici o pilatesche come per esempio non votare il patto di stabilità a livello comunitario. Non è tanto un problema di silenzio dei riformisti perché quei pochissimi che ci sono parlano di silenzio sui riformisti, sulle loro iniziative e da questo emerge che l’eredità diretta del pensiero turatiano e matteottiano oggi è molto molto omeopatica purtroppo nel dibattito corrente.

Giacomo Matteotti
Siamo a Caltagirone, la patria di due testimoni e soprattutto anche di due amici di Matteotti, Sturzo e Vella.
Anche queste sono due figure che dovremmo sempre più riscoprire perché anche loro sono molto celebrate ma non a fondo conosciute. Sturzo intanto per quella che è stata la sua grande caratura di uomo del dialogo e devo dire che tanto in lui quanto nella corrente socialista riformista di Turati si era già affacciato subito dopo la prima guerra mondiale una visione di costruire una collaborazione fra laici e cattolici quindi in nuce già Sturzo e Turati pensavano il centro-sinistra, non si è potuto realizzare tanto per le pressioni dei massimalisti in campo socialista quanto per alcune ritrosie che c’erano nella chiesa ovviamente anche nella destra cattolica che cercavano di bloccare Sturzo però in questo senso Sturzo fu sicuramente un grande precursore di una collaborazione tra le sensibilità più avanzate ispirate alla dottrina sociale della Chiesa e quelle proprie del riformismo socialista.
Ci fu poi anche un dialogo intenso nei giorni del delitto Matteotti tra Turati e Donati e De Gasperi che furono mandati da Sturzo a parlare con Turati.
Vella è un’altra figura ingiustamente negletta perché, e torniamo sempre all’attualità, Vella fu il più stretto collaboratore di quella che fu la prima donna segretaria di un partito politico italiano, perché ne sono state dette tante su chi sia stata la prima donna a guidare un partito politico in Italia, nei radicali, nell’attuale partito più importante di governo e così via, ma intanto la prima donna che guidò un partito politico d’Italia fu Angelica Balabanoff, che fu la segretaria del Partito Socialista Italiano. Di tendenza massimalista e che ebbe in Vella il suo più stretto collaboratore, la Balabanoff era nata in Ucraina e fu anche la prima donna componente di un governo in Ucraina perché fece il ministro in Ucraina e con Vella ebbe un percorso abbastanza speculare nel senso che da posizioni massimaliste passarono poi alla prassi del riformismo socialista. La Balabanoff fu tra i fondatori del Partito Socialdemocratico con Saragat, Vella morì molto prima e non feci a tempo ma era arrivato agli stessi esiti della Balabanoff e ebbe una caratura nazionale oggettiva perché fu amministratore a Roma, fu eletto al di fuori tra l’altro della natia Sicilia al Parlamento quindi una figura che andrebbe adeguatamente celebrata e ricordata come un grande testimone di libertà, oltre che come un uomo che ha voluto bene al Paese e che ha cercato il più possibile di fermare la deriva del fascismo senza ricadere in chiusure settarie che pure c’erano in alcune componenti minoritarie dell’antifascismo.

Quindi ci auguriamo che questo anniversario sia l’occasione per riscoprire questi fili che dal 1924 ci portano fino ad ora con una straordinaria attualità.
Ne convengo, anche per riparare un torto che fu fatto loro, ci fu per esempio sempre da una minoranza dell’antifascismo un’accusa rivolta a tutti questi grandi personaggi. Si disse una volta che avremmo chiuso col fascismo dovremmo fare i conti con il “semifascismo” di Turati, di Sturzo e di Amendola.
Cerchiamo di rendere omaggio invece a persone che furono coerenti oppositori del regime.