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L’eccidio delle Fosse Ardeatine, crimine di guerra dei nazifascisti

Le Fosse Ardeatine sono eccidio consumato dai tedeschi che occupavano Roma nel 1944  in rappresaglia ad un attentato organizzato della resistenza dei Gap al nazifascismo prima  della fine della Seconda guerra mondiale. In questa strage che resta tra le più gravi di quelle fatte dai tedeschi in Italia fu complice attivo il governo della Repubblica Sociale di Benito Mussolini. Un episodio storico segnato dalle terribili conseguenze che una guerra d’occupazione può comportare nei confronti dei civili e dei prigionieri di guerra in un territorio occupato e in cui si svolgeva un conflitto militare. Oggi torna di atroce attualità con la guerra d’invasione promossa dalla Russia di Putin nei confronti di uno Stato sovrano qual è l’Ucraina. Oggi si direbbe che le Fosse Ardeatine sono state una violazione grave e palese del diritto internazionale in quanto rappresentano un crimine di guerra del comando tedesco, ordinato per rappresaglia contro un attentato partigiano subito dai tedeschi  in via Rasella che provocò la morte di 33 soldati. In seguito a questo fatto la Gestapo ordinò la fucilazione di 10 italiani per ogni tedesco ucciso. Anche all’epoca vi erano delle convenzioni internazionali tra i paesi belligeranti  che non furono rispettate che impedivano l’uccisione di prigionieri inermi e il 24 marzo 1944 i tedeschi, guidati da Herbert  Kappler, ufficiale delle SS e comandante della polizia tedesca a Roma, prelevarono 335 fra detenuti politici composti da civili e militari, nonché da ebrei o semplici sospetti  e li trasportarono alle Fosse Ardeatine nei pressi tra le catacombe di Domitilla e di S. Callisto della via Ardeatina. Tali uomini vennero scelti assieme al questore fascista Pietro  Caruso che svolse un ruolo di collaborazione attiva. Tale orrendo massacro si svolse un giorno dopo l’attentato e i prigionieri vennero uccisi con un colpo di pistola alla nuca e l’eccidio venne reso noto dopo che i prigionieri furono trucidati. Completate le esecuzioni, i nazisti fecero saltare con dell’esplosivo gli ingressi delle cave le volte della galleria per ostruire l’accesso alla cava. Dai documenti storici reperiti appare quasi certo che l’ordine di eseguire la  rappresaglia partì proprio dal dittatore Adolf Hitler che era furioso per il successo ottenuto dall’attentato partigiano e immediatamente dette  l’ordine per una reazione che “facesse tremare il mondo”. In tal modo il comando tedesco di Roma decise di eseguire la “punizione esemplare”. Nella serata del 24 marzo, appena dopo la fine delle uccisioni, il comando nazista diramò alla stampa un comunicato nel quale veniva affermato di aver “ordinato che per ogni tedesco ammazzato dieci criminali comunisti saranno fucilati”. Solo a strage avvenuta i cittadini romani vennero a conoscenza del crimine perpetrato dai nazisti tra il silenzio del Vaticano e la complicità delle autorità fasciste. Solo dopo la liberazione di Rona fu possibile  procedere all’esumazione dei cadaveri che comportò ormai un difficilissimo riconoscimento. Per molti anni i resti di alcune delle vittime sono rimaste ignote  ed è solo grazie alle nuove tecniche di analisi genetica del Dna delle vittime con quello dei loro familiari e discendenti  che  è stato possibile risalire ai nomi dei morti. Nonostante questi incessanti sforzi ancora oggi sette corpi non sono stati identificati.

Nel 1947 Kappler fu arrestato  dagli inglesi e sottoposto ad un processo nel quale venne  condannato all’ergastolo da un tribunale militare italiano. Venne rinchiuso nel carcere di Gaeta e nel 1976 fu trasferito all’ospedale militare del Celio per motivi di salute. Il criminale nazista riuscì ad evadere  con l’aiuto della moglie il 15 Agosto 1977 provocando un enorme scandalo nelle autorità italiane al punto che l’allora ministro della Difesa Vito Lattanzio fu costretto alle dimissioni. Mentre Enrich Priebke, primo aiutante di Kappler, che eseguì materialmente l’eccidio, per anni scampò al processo e  fu arrestato decenni dopo in Argentina nonché estradato in Italia solo nel 1995. Anch’esso fu processato per l’eccidio nel 1996, ma per  il tribunale militare il reato estinto si era estinto, suscitando le proteste dei familiari delle vittime e indignazione nell’opinione pubblica. Mentre successivamente fu condannato all’ergastolo dalla Corte d’appello nel 1998 scontando la pena agli arresti domiciliari dopo oltre cinquant’anni dai fatti. 

Dopo 78 anni ancora oggi viene tenuta viva la memoria per rinsaldare la coscienza civile e democratica italiana contro le guerre e contro le invasioni. Le Fosse Ardeatine sono un simbolo perenne dell’Unità nazionale e un monito contro la violenza che si aggiunge a tutte le migliaia di stragi e violenze subite dagli italiani durante l’occupazione, che furono caratterizzate da ferocia e disprezzo umano.  

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Marco Maria Patti "Commercialista e Revisore Legale" sin dal '91 esercita la professione, ha svolto diversi incarichi nell'ambito Giudiziale quale Consulente del Giudice presso il Tribunale di Catania e prestigiosi incarichi nel controllo Legale di Enti Pubblici e Partecipate. E' stato membro della Commissione Giudiziale dell'Ordine dei Dottori Commercialisti ed esperti contabili di Catania, oggi è membro della Commissione Enti pubblici e Partecipate dell'Ordine dei Dottori Commercialisti ed esperti contabili di Catania. E' membro della Commissione Nazionale CTU Civili e Penali del Consiglio Nazionale dei Dottori Commercialisti ed esperti contabili in Roma. Nella vita si è occupato di attività Sociale ed è presidente della Associazione Circoli di Critica Sociale, rivolta anche alla Ricerca ed è Presidente dell'Associazione Uniquique Suum. Negli anni ha rivolto i suoi studi alla ricerca del Vero, in particolar modo avviandosi nello studio dei tre pilastri della Forza, Bellezza e Sapienza cercando analogie nella cultura Abramitica del periodo che si collega alla Guerra contro i Re ed alla prefigurazione di Melchisedec. È giornalista pubblicista.
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