La morte di Alexei Navalny spegne la speranza di un sogno democratico in Russia

Quanto accaduto recentemente con la morte del dissidente Alexei Navalny, sollecita, ancora una volta, l’interrogativo riguardante il riconoscimento delle principali libertà e dei fondamentali diritti esistenti presso la Federazione Russa, la quale, nonostante i mutamenti derivanti dalla storia, conserva una tradizione politica che tipicamente le appartiene, distante dall’inverarsi di un assetto democratico riconducibile agli ordinamenti statali più evoluti.
Anche se la struttura risulta basata sulla presenza di un sistema federale, in Russia, però, si manifesta un forte accentramento, in cui lo spazio per un’autentica opposizione politica, al partito del Presidente, appare nient’altro che un mero formalismo scevro di contenuti sostanziali che giustifichino la possibilità di un’alternanza al potere.
Sulla scia di queste premesse, retaggio di un regime socialista mai completamente abbandonato nonostante l’avvenuto crollo dell’Unione Sovietica – tutt’al più rivisitato – può inserirsi il fatto di cronaca legato alla morte del principale oppositore dello “Zar” Vladimir Putin. Sebbene le dichiarazioni ufficiali siano distanti dall’attribuire responsabilità più o meno dirette a Putin, la comunità internazionale non presenta particolari dubbi in ordine alle cause sottese alla morte di Navalny.
Vi è da sottolineare, tuttavia, come tale questione riguardi aspetti di politica interna che, pur gravissimi rispetto ai temi recanti la tutela dei diritti fondamentali da riconoscere a ciascun individuo (senza eccezione anche quando ci si trovi in stato di detenzione), non devono essere confusi con le dinamiche internazionali di politica estera adottate dalla Russia, in cui, quest’ultima, è parimenti responsabile verso l’Ucraina ma sono logiche differenti rispetto a quelle che si realizzano sul piano interno ai propri confini nazionali.
Ritornando alla scomparsa prematura e improvvisa (forse) di Alexei Navalny, oppositore più convinto di Vladimir Putin, si ricordi come egli sia stato vittima di un avvelenamento da novičok nell’agosto del 2020 e in carcere dal 2021 per scontare una pena molto lunga a trent’anni. Di certo la figura di Navalny non è esente da ambiguità nel corso della sua storia politica, tuttavia negli ultimi tempi era prevalsa l’idea di una Russia moderna proiettata verso valori di democrazia che, alla luce della dipartita dell’”illustre carcerato”, si allontanano probabilmente in via definitiva dalla scena politica russa.
Mentre incombe la certezza che il mandato di Putin non sia destinato a cessare, il Paese risulta quindi intrappolato nella morsa totalitaria, trasformandosi, in una specie di gulag a cielo aperto. Un gulag in cui l’opposizione politica, completamente smobilitata, costituisce soltanto un lontano ricordo, come dimostra l’arresto di un altro oppositore di spicco, certamente non l’unico, come Vladimir Kara-Murza, condannato a venticinque anni di detenzione; la censura è asfissiante, le leggi sono sempre più restrittive e la militarizzazione della società è divenuta un elemento fondante non solo della propaganda di Stato, ma anche della quotidianità di milioni di persone, alla luce dell’invasione dell’Ucraina.
In particolare, Alexei Navalny avrebbe perso conoscenza dopo una passeggiata nella prigione di sicurezza nella colonia penale siberiana, la IK-3, nel distretto di Yamalo-Nenets situato sopra il Circolo Polare Artico, in cui era stato da poco trasferito. Le cause del decesso sono ancora da stabilire, si parla di embolia piuttosto che di coagulo sanguigno o di una trombosi, ma non emergono certezze in tal senso. Per tali ragioni il suo difensore e alcuni familiari, secondo quanto indicato dalla sua portavoce Kira Yarmysh, stanno raggiungendo la città più vicina alla colonia, Kharp, tenuto conto dell’impossibilità di stabilire un contatto con i responsabili della struttura carceraria.
Per il Cremlino Alexei Navalny rappresentava “il nemico interno per eccellenza” e per il cittadino medio russo quasi un elemento di disturbo; di converso, per una parte della società civile russa e dell’opinione pubblica occidentale una specie di eroe che è riuscito a conquistare i gradi dell’autorità morale di cui le Istituzioni sembrano essere prive, mostrando a tutti il valore del sacrificio e dell’abnegazione.
Parlando di Navalny, infatti, il coraggio sembrerebbe la caratteristica che meglio lo contraddistingue anche a livello internazionale e non solo all’interno dei confini russi; può sostenersi come la decisione di tornare a Mosca il 17 gennaio, a seguito dell’avvelenamento da novičok avvenuto in agosto, e dopo la lunga degenza in un ospedale tedesco, ha trasformato la sua vita in una “clessidra” destinata a scadere.
Ma, soprattutto, in base a quanto dichiarato da Navalny, essendo la Russia “la sua casa”, al rientro a Mosca avrebbe affrontato il controllo passaporti come qualsiasi altro cittadino perché “aveva la coscienza pulita”, un concetto di assoluta rilevanza che rinvia ad un ideale dell’intelligencija a lungo accarezzato.
Si può dire che, l’obiettivo sempre presente nella testa di Navalny, era quello di realizzare una maggioranza elettorale in Russia e in questi anni ha definito il suo discorso politico, seguendo il mood dell’opinione pubblica, costantemente in fase di evoluzione. Un messaggio che è riuscito a veicolare a tutto il Paese grazie al suo blog e a una massiccia presenza sui social media, minacciati proprio in questi mesi da una crescente censura, e all’impegno costante per garantire una diffusione capillare del suo network in moltissime regioni russe. Nel corso degli ultimi anni si è spostato decisamente a sinistra, come dimostra il sostegno del suo mentore politico, l’economista Sergei Guriev, oggi docente presso la Sciences Po di Parigi.