Lo spettacolo teatrale “Di madre in figlia”, le donne custodi del sapere antico

“Signorina, io ste cose ce le racconto, ma lei deve insegnarsele a memoria, a poco a poco, perché ste cose non si possono scrivere, ma solo raccontare a voce…” esordisce in tale modo il libro e anche lo spettacolo che è stato messo in scena al Piccolo Teatro della Città “Di madre in figlia”, una storia vera tratta da un libro della scrittrice Marinella Fiume con il sottotitolo “Storia di una guaritrice di campagna” ,per la regia di Gisella Calì ,in cui l’attrice Guia Jelo che ci ha fornito un’interpretazione memorabile della figura Orazia Torrisi, guaritrice di Fiumefreddo di Sicilia, che nel 1986 poco prima di morire a 101 anni rivela alla scrittrice il suo “sapere antico”. Questa pièce teatrale di grande spessore scenico si è avvalsa delle esibizioni di attrici che vanno meritamente citate, Laura De Palma, Chiara Barbagallo, Flaminia Castro, Giuliana Giammona,Valentina Pizzimento e Sofia Di Dio che hanno calcato il palco con grande disinvoltura e notevole bravura . La scena e costumi sono state curate da Giovanna Giorgianni per la Produzione Teatro della Città – Centro di Produzione Teatrale.

La scrittrice Marinella Fiume
Lo spettacolo riporta le narrazioni di donna Razzia, raccolte da Marinella Fiume con sapiente dovizia, meticolosità assoluta e precisa fedeltà e che adesso recitate in teatro stanno riscuotendo un grande successo catturando e affascinando gli spettatori giunti numerosi che hanno tributato lunghi applausi e ovazioni alle attrici e alle autrici. E Guia Jelo ha dato il meglio di sé in un opera che le sembra cucita perfettamente addosso in virtù anche dell’immenso talento drammatico e dell’inesauribile vis espressiva della nostra amata attrice. Si è assistito in molti momenti alla polifonia di più voci in una coralità che ha incantato il pubblico presente rendendo nitidamente la figura di questa guaritrice resa edotta nelle arti di alchimia, magia, tra medicina e sacralità da Lunarda, Leonarda Maugeri , madre di ‘Razia anch’essa nota guaritrice conciaossi di Macchia di Giarre nel 1842, rimasta orfana di padre e di madre, che la porta a conoscenza per vent’anni del suo sapere di come si cura con le erbe buone, con le preghiere giuste, con la fede vera, uniche risorse e ricchezze del potere di guarire con le medicine del popolo. Sacro e profano viaggiano insieme e alla religiosità ancestrale fanno da sfondo le pratiche per scacciare il demonio e il malocchio.

Dieci anni fa la scrittrice è riuscita a scrivere questo il libro lasciando una testimonianza rara e unica di medicamenti della civiltà contadina che prima si trasmettevano per “tradizione orale”. La sceneggiatura proposta al pubblico con la convincente e attenta regia di Gisella Calì è stata veramente intrisa di alchimia ancestrale e atmosfere magiche. Tra musiche, canti, preghiere di un altro tempo lo spettacolo scorre fluido e coerente, potente e intenso portando lo spettatore in un mondo che non esiste e tuttavia rivive nella narrazione tutta al femminile nella dicotomia del bene che combatte il male. Ci sono anche momenti di ilarità che consentono di sdrammatizzare il testo che ha realizzato lo scopo di rendere “visibile l’invisibile” donando ancora una volta alla donna un ruolo sociale che nell’epoca passata non equivaleva alla parità dei diritti. Marinella Fiume ha dedicato gran parte della sua opera di autrice nel valorizzare la ricchezza preziosa del mondo femminile, le “donne de fora”, osservate in tutti gli aspetti dall’ingegno geniale alla sregolatezza fantasiosa, dall’intelligenza vivace alla vitalità volitiva. In quest’opera teatrale la sinergia tra Marinella Fiume e Gisella Calì è stata assai virtuosa offrendo una riduzione teatrale del libro di grande qualità in cui Guia Jelo si è totalmente “incarnata” ,immedesimandosi nella figura della guaritrice come solo lei riesce a fare e avendo il merito anche di avere tradotto le parti del libro in un testo siciliano che brilla maestoso come lingua “salvata”. Abbiamo un repertorio di preghiere e filastrocche, magie e incanti partorito dalle menti semplici di un mondo della civiltà contadina ormai scomparso che viene diseppellito e reso in opera d’arte.
“Ora che le raccontai tutto e le diedi il potere…le raccomando che queste cose le deve usare solo per fare bene al prossimo. Perché così è scritto. Però, se vuole, le può insegnare a sua figlia, così non si perdono e restano tramandate eternamente. Sia fatta la volontà di Dio” con queste frasi la guaritrice affida alla scrittrice il compito di non disperdere la memoria di donne custodi del sapere antico.
