Il nulla di fatto del gran Giurì in Parlamento tra i contendenti Conte e Meloni

Accade spesso di poter vedere in televisione immagini che rappresentano lo spazio istituzionale per eccellenza nell’ambito di una Repubblica democratica basata sulla centralità del Parlamento, quale organo più elevato e reso idoneo ad esprimere la sovranità che, nel popolo, intercetta la fonte e la titolarità da cui il suddetto principio di sovranità scaturisce e si manifesta.
Se da una parte, quindi, l’immagine del Parlamento è sostanzialmente dettata dalle Assemblee rappresentative nelle quali siedono i parlamentari, dall’altra, l’organo titolare della funzione legislativa si compone di una struttura più articolata, distinta tra, organi necessari (si pensi alle Commissioni permanenti o alle Giunte) ed organi eventuali, che potrebbero costituirsi nell’ambito del dibattito tra le forze politiche e, pertanto, attraverso l’espletamento dei lavori parlamentari.
Ciò consente di evidenziare come vi sia stata l’esigenza di garantire a livello costituzionale una “neutralità” da riconoscere al Parlamento, quale potere dello Stato, la quale si traduce nell’autonomia sul versante normativo, organizzativo e finanziario che appartiene a ciascuna delle Camere che formano il nostro bicameralismo perfetto.
All’interno delle dinamiche che caratterizzano l’attività parlamentare, spesso si realizzano situazioni politiche di confronto peculiari, come quelle che hanno coinvolto il caso del Giurì d’onorerispetto al deputato Giuseppe Conte, che nei giorni scorsi ne ha richiesto la conclusione: così infatti è avvenuto. Il presidente della Camera dei deputati, Lorenzo Fontana, ha dovuto prendere atto “del ritiro dell’istanza da parte del deputato Conte con lettera pervenuta ieri e questo senza entrare nel merito delle considerazioni espresse nella medesima lettera” sancendo lo scioglimento della commissione di indagine. In sintesi, non sarà posta in essere una relazione finale ad opera del gruppo di lavoro presieduto da Giorgio Mulè, finalizzata a dirimere la contesa tra il leader dei pentastellati e il capo del governo Giorgia Meloni, così da accertare le parole pronunciate da quest’ultima lo scorso 13 dicembre 2023 in ordine alle modalità, con cui, fu approvato il Mes durante il governo “giallorosso” Conte 2.
Il verdetto sarebbe dovuto pervenire all’Aula di Montecitorio proprio in queste ore, ma è arrivato il colpo di scena: secondo Conte, sarebbero venuti meno i requisiti di imparzialità della commissione istituita ad hoc a seguito delle dimissioni a sorpresa dei membri di Partito Democratico e Alleanza Verdi e Sinistra rassegnate durante la riunione che avrebbe dovuto mettere a punto a relazione finale da presentare entro domani.
A seguito l’ex presidente del Consiglio ha consegnato a Fontana – e per conoscenza al presidente della Commissione – una lettera in cui chiedeva l’immediato scioglimentodel Giurì: una proposta accolta, proprio in pendenza del verdetto che si avvicinava. La terza carica dello Stato ha incontrato Mulè per comunicargli le decisioni assunte a seguito del ritiro dell’istanza da parte di Conte e, in tale occasione, Fontana lo ha ringraziato “per l’accuratezza e la precisione del lavoro svolto e per la perfetta aderenza al regolamento della Camera della procedura seguita per giungere alla relazione finale”.
La controversia trae origine dal discorso che Giorgia Meloni aveva tenuto sia alla Camera sia al Senato, in vista del successivo Consiglio europeo di metà dicembre a Bruxelles, quando a proposito della ratifica del Mes, l’attuale capo del governo aveva sostenuto che, l’esecutivo Conte aveva proceduto alla ratifica senza il necessario mandato parlamentare e, peraltro, il giorno seguente a quello in cui ebbe modo, Conte, di formulare le proprie dimissioni, essendo quindi, in carica soltanto per gli affari correnti, dando mandato a un ambasciatore (con la firma dell’allora ministro degli Esteri Luigi Di Maio) di procedere pur in assenza di piena legittimazione politica e senza dirlo agli italiani.
Sono questi i fatti istituzionali sui quali si dibatte, i quali rappresentano l’oggetto del “contendere”, poi sfociati nella costituzione del Giurì che avrebbe dovuto pronunciarsi attraverso una relazione riassuntiva dei propri lavori, ma il banco è saltato in prossimità dell’esito.
Tuttavia, nella sostanza, lo scioglimento del gran Giurì non cambia più di tanto rispetto alle eventuali conseguenze politiche che vi sarebbero state a decorrere dalla “sentenza” della commissione. In aderenza a quanto fissato dall’art. 58 del regolamento della Camera, il Giurì d’onore avrebbe dovuto comunicare la propria decisione all’assemblea senza nessuna discussione o votazione successiva e senza nessuna ipotetica sanzione. Ciò vale a significare che, attraverso l’adozione di un verdetto, comunque, non vi sarebbe stata la comminazione di alcuna pena, ma avrebbe orientato più limitatamente all’accertamento della verità sui fatti indicati dal deputato trascinato davanti all’organismo di Montecitorio, in tal caso il presidente del Consiglio.
Si può dunque affermare come la decisione sarebbe stata caratterizzata soprattutto per la valenza politica sottesa ai fatti anzidetti, rivestendo, piuttosto, le sembianze di qualcosa dai contorni meramente simbolici. Insomma, tanto rumore per nulla.