Il tintinnio stonato delle catene di Ilaria Salis nell’Europa dei popoli

In apparenza Ilaria Salis è una donna come tante, tra le tante. In verità, negli ultimi giorni, il nome di costei è balzato prepotentemente nel calendario delle notizie più rilevanti che interessano i fatti di cronaca in Europa e, più in particolare, gli organi politici e la stessa diplomazia degli Stati membri coinvolti da siffatta vicenda, ancora tutta da definire.
Ilaria Salis, italiana di 39 anni, di professione docente di scuola elementare a Monza, si definisce non anarchica, ma antifascista, e si trova detenuta presso una struttura carceraria in Ungheria dall’11 febbraio 2023 con la pesante accusa di lesioni aggravate procurate a danno di alcuni manifestanti di estrema destra. Da sempre, l’impegno sociale e politico rientra tra le sue priorità, quasi fosse una vocazione naturale che, tuttavia, la conduce adesso ad affrontare una sfida complicata in relazione agli accadimenti di Budapest, di cui peraltro, secondo quanto affermato dalla famiglia, non aveva riferito in precedenza che si sarebbe recata presso la capitale ungherese per protestare contro la manifestazione che radunava gruppi di neonazisti.La manifestazione era organizzata per commemorare le imprese di un battaglione nazista che nel 1945 si oppose all’Armata Rossa.
L’accusa che le viene rivolta è di aver partecipato agli scontri durante il corteo e di aver aggredito due manifestanti. In principio era inoltre accusata di altri due reati, ma è stato possibile dimostrare che non era ancora giunta in Ungheria quando detti reati sono stati commessi. Sostiene ancora l’accusa, che l’italiana, sia una delle componenti appartenenti al gruppo di persone a volto coperto, mostrate in un filmato, che colpiscono due attivisti di estrema destra con il ricorso a manganelli. Non è stata arrestata in flagranza, ma fermata alcune ore dopo quando era su un taxi; era in compagnia di altre due persone. Il quadro accusatorio, prevede inoltre, la contestazione dell’aggravante di aver agito come parte di un’associazione a delinquere tedesca, nota come Hammerband.
I difensori della donna hanno affermato di non aver avuto accesso alle registrazioni delle telecamere, prova fondamentale dell’accusa, e di aver avuto gli atti del processo con la traduzione sia in italiano che in inglese, con i quali la Salis avrebbe potuto comprendere con maggiore esattezza le contestazioni a suo carico da parte dell’accusa. Va precisato, a dire il vero che, ad oggi, le persone colpite non avrebbero sporto denuncia e le loro ferite sarebbero state guaribili in pochi giorni. Ciononostante è l’accusa ad accreditare la presenza di gravi lesioni potenzialmente letali nei confronti delle suddette vittime.
A seguito dell’udienza di lunedì 29 gennaio, quella in cui Ilaria Salis è entrata in aula ammanettata mani e piedi, il processo è stato aggiornato al 24 maggio. Lei si è dichiarata non colpevole rinunciando al patteggiamento di undici anni e andando a rischiarne più di venti: otto anni di carcere per lesioni personali, otto per appartenenza a una organizzazione antifascista internazionale e, essendo due reati cumulati, per ciascun reato si deve aggiungere il cinquanta per cento della pena prevista, per un totale di ventiquattro anni complessivi. Un coimputato tedesco, con accuse minori, si è dichiarato colpevole ed è stato condannato a tre anni di reclusione.
Una delle critiche più importanti tra quelle sollevate, interpella direttamente lo Stato italiano, il quale non può davvero continuare ad ignorare, nei confronti di una propria cittadina, una situazione carceraria e processuale che discutibilmente si pone al limite della liceità in ordine al rispetto dei diritti umani tutelati dalle nostre leggi nazionali, nonché da quelle europee ed internazionali; serve pertanto un intervento politico che pare finalmente forte dopo le immagini in catene.
Il nostro ordinamento preclude che venga esibito il detenuto con le manette e in condizioni di umiliazione sebbene questo non è avvenuto in Ungheria. In tal senso vi è stata l’esposizione delle principali cariche italiane, tra cui il presidente del Senato, Ignazio La Russa, ma anche il Ministro degli Esteri Tajani e il Guardasigilli Nordio. Sembrerebbe, inoltre, che vi sia stato un contatto tra la premier, Giorgia Meloni, con il primo ministro ungherese Orbán e la presidente dell’Ungheria Katalin Novák.
Solo quando la vicenda è arrivata alla politica, Ilaria Salis ha potuto disporre di un interprete e ha visto un medico e uno psicologo. A Bruxelles Orbán ha spiegato che non c’è stato nessun accanimento e che il trattamento riservato all’italiana è il medesimo per tutti i prigionieri: «è quello che avviene nelle aule di giustizia degli Stati Uniti, dove gli imputati entrano con mani e piedi legati». In Europa no però.
La strategia italiana sarebbe quella di arrivare all’emanazione di una sentenza il prima possibile e, quindi, giungere ad un provvedimento che decreti l’espulsione dell’italiana; l’estradizione è invece una soluzione non percorribile poiché non ha ricevuto condanne in Italia (è stata assolta dall’assalto al Gazebo della Lega su cui ha polemizzato Matteo Salvini per non avervi partecipato). Può essere espulsa dall’Ungheria in caso di condanna, l’alternativa sono gli arresti domiciliari, ma dovrebbe passarci prima in Ungheria e solo dopo in Italia.
Si tratta di una situazione ancora tutta da scrivere, rispetto alla quale, non può discutersi circa il merito delle responsabilità presunte da attribuire ad Ilaria Salis, ove queste fossero accertate in via definitiva sulla base delle contestazioni che attualmente le sono rivolte, ma la questione riguarda soprattutto l’esigenza di garantire un giusto processo che consenta di riconoscere quei diritti fondamentali mai negoziabili per ciascun individuo, e per i quali, lo Stato italiano, è chiamato a vigilare mostrando la credibilità politica che appartiene ad un grande Paese, sfuggendo dalla tentazione di guardare agli aspetti inerenti la gestione di equilibri tra Stati, allo scopo di far prevalere giustizia e diritto.