Il Premierato in Italia e le forme di governo similari nel mondo a confronto

Uno degli aspetti più interessanti che rileva sul versante istituzionale è la nozione di “forma di governo” e ciò che essa determina in termini di equilibri tra i diversi poteri dello Stato. Non si tratta di un dogma, od ancora di un concetto astratto immutabile nel tempo, poiché con la forma di governo risulta possibile interpretare le scelte che caratterizzano gli Stati liberali sul piano interno e le relative strategie di gestione della cosa pubblica, nel rispetto del tradizionale principio di separazione dei poteri elaborato da Montesquieu.
Pur non essendovi una definizione che risulti idonea a ricomprese in via assoluta cosa si intenda con l’espressione forma di governo, è tuttavia possibile identificarla attraverso la modalità con cui, il potere politico, viene quindi ripartito tra gli organi che compongono l’organizzazione costituzionale.
In Italia vi è la forma parlamentare che manifesta la sovranità popolare di cui all’art. 1 Cost., sebbene nel corso degli anni siano stati avviati tentativi di ridefinire alcuni elementi che, fatta salva la centralità del Parlamento, riconoscano al primo ministro maggiori spazi di potere che dovrebbero giustificarsi nell’esigenza di livelli superiori di stabilità governativa. L’attuale compagine di governo, presieduta da Giorgia Meloni, ha posto questo tema – meglio noto come premierato – il quale risulta basato sulla diretta legittimazione popolare che seguirebbe a favore del primo ministro, cioè il premier. Inoltre, può parlarsi di premierato forte o debole, a seconda del modo e del grado di autonomia e di supremazia nel rapporto tra governo e Parlamento.
Nelle intenzioni dichiarate pubblicamente, si vorrebbe far passare l’idea che l’obiettivo della riforma sia solamente dare alla cittadinanza la possibilità di votare direttamente il capo del governo, per creare un “rapporto diretto” con le persone e “garantire stabilità”. Tuttavia, da fonti governative non è stato invero chiaritoquali poteri aggiuntivi si voglia attribuire al premier, specie nei casi riguardanti possibili crisi di governo, tenuto conto che, l’unico esperimento di questo tipo di forma istituzionale è fallito poiché non vi è stata la capacità di osservare la tanto decantata stabilità.
Di sicuro la questione fondamentale su cui si permea la riforma è proprio questo: come cambierà il rapporto di potere tra il Presidente del consiglio e il Parlamento? Questo è l’interrogativo decisivo, infatti restando ben al di là di pregiudizi ideologici, serve comprendere quali siano i pesi e contrappesi che consentano di garantire equilibrio accanto a stabilità. Anche perché non vi è dubbio che tali modifiche rafforzerebbero il ruolo del Governo rispetto al Parlamento, cosa che, a dire il vero, può scorgersi in qualche misura, attraverso alcune modifiche avvenute negli ultimi anni ai regolamenti parlamentari.
Dunque, ricorrere al semplice termine premierato non è risolutivo a chiarire tutti questi interrogativi. Un prototipo di premierato è il modello Westminister del Regno Unito, in cui però non si registra l’elezione diretta del capo del governo, ma esiste la consuetudine che il primo ministro sia sempre il leader del partito principale. In tal modo l’elettorato conosce che, votando questo o quel partito, si avrà questo o quel premieressendo al vertice della contrapposte compagini politiche.
Invece l’unico sistema di governo dove è esistita una forma di premierato con elezione diretta del primo ministro è stato Israele. In questa repubblica neoparlamentare, dal 1992 al 2001, il capo del governo è stato eletto direttamente dalle persone, ma il modello è stato abolito nel 2002, perché non aveva garantito la stabilità che si auspicava di conseguire.
Procedendo con uno sguardo globale, altra forma di premierato, che però ha caratteristiche e un nome diverso, è il cancellierato della Germania. In questo modello il capo del governo ha poteri più larghi rispetto a quelli spettanti al Presidente del consiglio in Italia, potendo nominare e revocare i ministri a suo piacimento, ma ancora una volta non viene prevista l’elezione in via diretta dal corpo nazionale. In questo sistema, peraltro, esiste la cosiddetta sfiducia costruttiva, per cui il Parlamento può sfiduciare il governo solo se è già pronta la maggioranza per un altro esecutivo; uno strumento impiegato soltanto due volte nella storia del paese teutonico.
La riforma del governo proporrebbe di attivare l’elezione diretta del Presidente del consiglio, contestualmente alle elezioni per le Camere e mediante una medesima scheda, andando quindi a sottrarre al Presidente della Repubblica il potere di nomina del primo ministro.
Il Capo dello Stato avrebbe solo il compito di conferire l’incarico al premier eletto, mentre manterrebbe il potere di nomina dei ministri, su indicazione del capo del governo. La riforma, ancora, dovrebbe contenere la misura per cui, il Presidente del consiglio, debba essere per forza eletto nella Camera in cui si sia candidato, sia per forza un parlamentare e resti in carica per l’intera legislatura. Quindi si lascerebbe alle spalle definitivamente la figura del primo ministro “tecnico”, che tante volte, in Italia, ha trovato spazio.
Vi sarebbe, inoltre, una norma che precluderebbe al Presidente della Repubblica di poter nominare un governo tecnico, obbligandolo, ad assegnare l’incarico unicamente a un altro parlamentare della maggioranza, se il premier in carica si dimette o decade dal suo ruolo. Nel caso non si riesca a formare un nuovo governo si procederebbe immediatamente allo scioglimento delle Camere e a nuove elezioni.
Infine, la riforma mira ad aumentare ulteriormente i poteri della maggioranza, attraverso un sistema elettorale maggioritario con un premio del 55%, assegnato su base nazionale, che assicurerebbe il 55% dei seggi nelle Camere ai candidati e alle liste collegate al presidente del Consiglio eletto. Insomma, tra attuali assetti e possibili prospettive, un sistema tutto da definire.