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Il ricorso del Sudafrica contro Israele e le relative dinamiche geopolitiche della regione

A causa del protrarsi del conflitto che si registra nella regione di Gaza, il Sudafrica, decide di ricorrere presso la Corte internazionale di giustizia per violazioni, da parte di Israele, della Convenzione per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio del 1948.

Secondo la visione fatta propria da Pretoria, Israele, la risposta agli attacchi del gruppo terroristico Hamas del 7 ottobre 2023, si tradurrebbe nella commissione di diversi crimini, inclusi atti configurabili come genocidio e così, ha chiesto, alla Corte internazionale di giustizia, di intervenire e di disporre misure provvisorie nei confronti di Israele proprio al fine di proteggere la popolazione palestinese e di garantire il rispetto degli obblighi convenzionali da parte di Tel Aviv. Il Sudafrica sostiene la presenza della ferma volontà di Israele di compiere atti, nonché omissioni, con l’intento specifico di distruggere i palestinesi, che risiedono a Gaza, con un rischio di danni irreparabili per l’intero gruppo e di impunità per gli autori di tali crimini.

Afferma ancora il Sudafrica per consolidare la propria impostazione critica verso Israele, che, quest’ultimo, abbia violato l’art. 2 della Convenzione Onu, commettendo atti che rientrano nella definizione di genocidio. Le azioni pongono in evidenza, a parere del Paese istante, un modello sistematico di condotta da cui si può dedurre un genocidio.

Il Paese africano aveva già sospeso le relazioni con Israele il 21 novembre accusando Tel Aviv di “crimini di guerra” mentre una settimana prima, il 16 novembre, aveva presentato un’altra denuncia, questa volta alla Corte penale internazionale, per un’indagine su presunti crimini di guerra commessi da Israele a Gaza. La causa del Sudafrica alla Corte internazionale di giustizia ha trovato soprattutto il sostegno compatto di diversi Paesi a maggioranza musulmana e da organizzazioni, o singoli Stati, arabi.

L’Organizzazione per la Cooperazione Islamica, che riunisce cinquantasei Paesi a maggioranza musulmana, ha infatti “accolto con favore” il caso di genocidio intentato contro Israele, sostenendo che le azioni di Tel Aviv nella Striscia di Gaza “costituiscono collettivamente un crimine di genocidio”. Il segretario generale della Lega ArabaAhmed Aboul Gheit, ha avuto modo con l’occasione di confermare tale indirizzo riaffermando il suo sostegno alla causa del Sudafrica, queste sono le sue parole “attendiamo con impazienza una sentenza giusta e coraggiosa che fermerà questa guerra aggressiva e porrà fine allo spargimento di sangue palestinese”.

Aboul Gheit ha peraltro conferito l’incarico ai funzionari della Lega Araba allo scopo di “monitorare da vicino il procedimento legale, rimanendo pronti a fornire il supporto necessario per sostenere la causa palestinese”.

Tra i singoli governi arabi che hanno sostenuto la causa sudafricana ci sono solo quelli dell’Iraq, della Giordania, del Libano, della Libia e dell’Autorità nazionale palestinese. In Parlamento ad inizio anno, è stata la volta del Ministro degli Esteri giordano, Ayman Safadi, ad affermare la predisposizione di documenti legali necessari per dare seguito al caso, motivando che il blocco israeliano degli aiuti umanitari a Gaza non potrà che amplificare le ricadute in termini negativi che Israele sta perpetrando contro i palestinesi in violazione del diritto internazionale; situazione definita dal capo della diplomazia giordana “un altro crimine di guerra”.

Tra gli altri Paesi della regione che hanno espresso il loro sostegno al caso figurano la Turchial’Iran e il Pakistan. Il dieci gennaio il ministero degli Esteri di Teheran ha infatti rilasciato una dichiarazione in cui esprime il suo pieno sostegno al caso e descrive la mossa del Sudafrica come un’azione “responsabile, coraggiosa e onorevole” contro Israele, sollecitando la comunità internazionale a chiedere conto ai responsabili dei crimini commessi da Israele a Gaza. Anche la Turchia non è rimasta a guardare, poiché ha confermato il suo sostegno ufficiale al caso del Sudafrica e attraverso il portavoce del Ministero degli Esteri Oncu Keceli, ha spiegato che, “il massacro da parte di Israele di oltre 22mila civili palestinesi a Gaza, la maggior parte dei quali erano donne e bambini, durato quasi tre mesi non deve rimanere impunito e gli autori devono essere ritenuti responsabili ai sensi del diritto internazionale”.

L’Egitto, che svolge invece un ruolo di mediatore nella regione, non ha annunciato ufficialmente la sua posizione sul caso. Alla vigilia dell’udienza sudafricana i partiti di opposizione nel Paese hanno rilasciato una dichiarazione chiedendo al governo egiziano di unirsi formalmente alla causa davanti alla Corte internazionale di giustizia. Peculiare è invece la posizione della Tunisia, la quale, in una dichiarazione rilasciata dal suo Ministero degli Esteri, afferma di non voler prendere parte attiva al caso, poiché tale circostanza sarebbe vista come un “riconoscimento formale dell’entità occupante”. Tra coloro che, invece, non prendono posizione per motivi legati a interessi nazionali ci sono MaroccoArabia Saudita ed Emirati. Paesi che, infatti, avevano già avviato politiche di normalizzazione con Tel Aviv prima dello scoppio del conflitto.

A fronte di un contesto geopolitico caratterizzato da rilevante fermento, rimane da vedere se la strategia giudiziaria, introdotta dal Sudafrica, potrà avere o meno qualche esito sul piano pratico; la richiesta delle misure provvisorie permetterà al Sudafrica di ottenere una pronuncia in tempi rapidi, seppure non di merito, perché la Corte deve unicamente verificare se, prima facie, sussista la propria competenza al fine dell’adozione di queste misure, senza che l’ordinanza su tale richiesta possa pregiudicare la questione della giurisdizione sul merito.

Per tali fatti, dunque, l’eventuale ordinanza della Corte corre il pericolo di assurgere a valore puramente simbolico e politico, al netto dell’indubbia importanza anche per il posizionamento dell’opinione pubblica e degli Stati che, oggi, supportano con armi lo Stato di Israele.

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Sono animato dalla straordinaria passione per il diritto, quest'ultimo inteso come occasione inestimabile di ricerca di giustizia e verità. Sono un legale e mi occupo, altresì, in qualità di docente di insegnamento, consapevole dell'importanza fondamentale di formare ed informare le persone con le quali ho costantemente il privilegio di poter interloquire, investendo, su quei valori alti del convivere umano e civile che, talora, la mediocrità di questo tempo sembra non considerare. Amo la scrittura che si traduce nella capacità di comunicazione e, a tal proposito, vanto collaborazioni con alcune tra le più prestigiose riviste giuridiche scientifiche online, come Diritto.it, Altalex e Quotidiano Legale. Sul piano professionale, inoltre, sono un amministratore condominiale, iscritto presso il registro nazionale Confedilizia, nonché mediatore civile e commerciale ed arbitro presso la Camera Arbitrale Internazionale. Mi nutre pure la passione per il sociale, la quale è coincisa con l'impegno personale nel mondo dell'associazionismo e in compagini politiche, sempre e comunque, a sostegno del bene comune come propria stella polare. Credere sempre, fermarsi mai.
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