Lo scandalo del pandoro-gate e il bisogno di ripensare a nuove regole per la beneficienza

La beneficienza esprime una spinta naturale che muove l’agire dell’essere umano in un’ottica di solidarietà, tuttavia al pari di numerose altre attività, che caratterizzano la vita dell’uomo nella dimensione relazionale che gli appartiene, serve procedere a valutazioni attente finalizzate a valutare il bisogno di una regolamentazione sottesa ad evitare forme di abuso in quelle pratiche prive di scopi lucrativi.
Il diritto naturale che può scorgersi nella spontanea condivisione e in una costruzione capace di formare comunità, si ritrova anche a livello costituzionale attraverso una serie di principi sia tradizionali coevi all’entrata in vigore della Carta (si pensi ai doveri inderogabili di cui all’art. 2, seconda parte), sia nell’introduzione di nuovi principi come ad esempio la sussidiarietà orizzontale (art. 118 Cost.) che dispone ampie aperture a vantaggio del privato nell’attività di gestione di funzioni a matrice pubblicistica.
Queste premesse spingono a riflettere in ordine ad accadimenti di cronaca recente, a seguito della querelle che ha coinvolto Chiara Ferragni, proprio in relazione alle esigenze di trasparenza finalizzate a garantire l’autenticità delle azioni di beneficienza.
A tal riguardo, il Parlamento – su impulso della maggioranza di governo – manifesta la volontà di intraprendere misure che facciano cessare la mancanza di trasparenza che hanno caratterizzato il fenomeno del pandoro-gate. Il provvedimento nasce sulla scorta dello scandalo (quantomeno mediatico) che ha travolto l’influencer da ventinove milioni di follower, multata dall’Antitrust insieme alla Balocco per aver “fatto credere” che una parte dei proventi del dolce natalizio griffato, e dal prezzo maggiorato, sarebbero finiti all’ospedale Regina Margherita di Torino. Quest’ultimo, in realtà, si scoprirà che una donazione da cinquantamila euro l’aveva già ricevuta, a fronte di un compenso per Chiara Ferragni da un milione. La finalità che si è data il centrodestra è abbastanza evidente: procedere con un riordino dell’intero “far west” della beneficenza. Ciò vale a significare, in particolar modo, impedire a monte pratiche commerciali scorrette e campagne di marketing allusive per promuovere cause benefiche che – a conti fatti – rischiano di avere ben poco.
La stessa Giorgia Meloni ha dato il via libera per il concepimento di una nuova legge per una materia ritenuta assai delicata, durante la conferenza stampa di pochi giorni fa: “C’è una questione di trasparenza sulla beneficenza su cui forse bisogna lavorare”, aveva sostenuta la premier, convinta più che mai a evitare che “il caso singolo” finisca per impattare negativamente sulle realtà del Terzo settore che invece operano con serietà in un ambito “fondamentale“. Facendo ancora leva sulle dichiarazione rese dal capo dell’esecutivo bisogna “capire quali sono oggi le regole di trasparenza ed eventualmente immaginarne di migliori potrebbe essere utile per tutti”. C’è chi, addirittura, tra i grandi corridoi di Montecitorio e Palazzo Chigi, l’ha già ribattezzata “legge Ferragni“ e la ragione è assolutamente agevole da poter comprendere.
In tal senso, infatti, il Presidente del Consiglio avrebbe attivato gli uffici del governo già nei giorni scorsi chiedendo un’informativasul tema. Sia il Ministero del Lavoro che quello dell’Economia, direttamente competenti in tutto ciò che riguarda il Terzo settore, si sono messi all’opera. Va sottolineato, però, come alcune disposizioni di legge sussistano già, come quella del 2019 che impone a fondazioni e Onlus di rendere noti i contributi ricevuti nell’anno precedente da enti o amministrazioni pubbliche. Tuttavia le criticità nella normativa attualenon mancano, in quanto – nonostante la sanzione prevista per i trasgressori ammonti fino all’1% dell’intera donazione – l’impressione a scorrere le pagine web di molte associazioni benefiche è che la previsione sia rimasta almeno in parte lettera morta.
Da qui la corsa ai ripari per mettere a punto una legge che in sostanza imponga a chi dichiara di fare beneficenza (in primo luogo ad aziende e società, che in virtù della causa benefica sposata potrebbero veder aumentare le proprie vendite) di rendere note quelle cifre. E di farlo scendendo nel dettaglio. Tra le idee sul tavolo c’è quella di obbligare di specificare se la somma da devolvere è già stata arbitrariamente fissata (e magari già elargita) oppure se essa dipenda in qualche misura dall’andamento delle vendite. E, in quest’ultimo caso, quale percentuale dei guadagni verrà destinata alla causa in questione.
Non mancherà un riflettore anche sulle sponsorizzazioni: l’intenzione, in sostanza, è quella di rendere noto al consumatore se l’eventuale partnership con un testimonial che presta la propria immagine per lanciare il prodotto in questione (come potrebbe essere, appunto, un influencer) sia o meno retribuita. Tutte indicazioni che dovrebbero anche finire nell’etichetta, probabilmente con un asterisco lì dove si specifica che una parte del ricavato verrà devoluta in beneficenza. Quello che è certo è che i numeri dovranno essere rendicontati, conoscibili e disponibili per tutti i consumatori. Lo impone il bisogno di trasparenza che, di certo, esprime un valore fondamentale in tantissimi ambiti sia pubblici che privati, ma verso la quale, spesso, ci si ricorda soltanto in coincidenza di questi eventi. Servirebbe, invece, promuoverla ed orientarla, attraverso un controllo costante dell’Autorità governativa basato su norme capaci di restringere gli spazi di possibili distrazioni, per garantire massimo risalto a quella solidarietà che costituisce, contestualmente, missione e scopo naturale di ogni azione di beneficienza.