“C’è ancora domani”, l’opera aperta di Paola Cortellesi

Maggio/giugno 1946. Roma. Storie di donne – in prima battuta – e di uomini.
È con C’è ancora domani, che l’impeccabile Paola Cortellesi non solo si conferma una strabiliante attrice, ma inaugura il suo primo ruolo da regista senza eguali. Dipinge su pellicola il quadro di una società che, appena sopravvissuta alla violenza della Seconda Guerra Mondiale e, tuttavia, imprigionata nelle conseguenze da quest’ultima portate, mostra i segni del suo essere patriarcale, capitanata da uomini che esercitano il loro presunto potere, dentro e fuori le mura di casa, e contenitore di donne sottomesse e maltrattate, considerate, nella maggior parte dei casi, dello stesso valore degli stracci di una schiava.
Sono sufficienti pochi secondi iniziali per essere colpiti da questo scenario come uno schiaffo a bruciapelo. La tecnica utilizzata ricorda alla perfezione il pedinamento del reale alla Zavattini: la camera insegue i movimenti di Delia, la protagonista, fiancheggiandola nei suoi spostamenti e mettendola in relazione con le persone che incontra mostrando i sentimenti che ne scaturiscono e trasformando il tutto, così facendo, in segni di significati profondi. L’uso dei primi piani per sottolineare le espressioni dei volti e la forza degli sguardi, lo zoom sui dettagli per risaltare i gesti; ogni inquadratura è stata organizzata minuziosamente e tutto quello che compare al suo interno non è dettato dal caso, ma esiste e coesiste in relazione.

Paola Cortellesi
La Cortellesi non realizza un film scontato, come non è scontata la maniera in cui lo tratta: al di là di ogni immaginazione, trasforma le parti più violente in danze ideali su canzoni cui testi danno voce ai pensieri dei personaggi, e riesce a strappare qualche risata. Una leggerezza solo superficiale; come un iceberg, contiene nel suo abisso una riflessione straziante e il pubblico è in costante processo di codifica e decodifica con le figure proiettate sullo schermo dove proietta anche le proprie di esperienze.
Si può benissimo giungere alla conclusione che la Cortellesi è riuscita a creare, in quanto regista, uno stile tutto suo riconoscibile nel mondo cinematografico. E bisogna ringraziarla per questo.
Ringraziarla anche per il coraggio che ha avuto nel dipingere senza veli la verità.
Delia è il simbolo dell’emancipazione e della speranza sempre viva (racchiusa nel titolo) e, insieme a lei, tante altre donne hanno avuto la loro sera dei miracoli.
Che poi, ci si augura sempre che sia una vita intera ad essere piena di miracoli.
E che, dopo tante lotte, questo film riesca a spazzare quei pochi resti di quella società che ancora ci riguarda da vicino.