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L’Associazione ODIMED LD conferisce un riconoscimento a Patrizia Torricelli per l’impegno a favore dell’emancipazione femminile

L’Associazione ODIMED- LD (Osservatorio Internazionale sui Diritti Umani nel Mediterraneo) di cui è Presidente Salvo Andò ha conferito un riconoscimento con la consegna di una targa a Patrizia Torricelli,già Direttore del Centro Linguistico dell’Università degli Studi di Messina , per il suo impegno a favore dell’emancipazione femminile. La docente universitaria ha pubblicato un pregevole e brillante testo dal titolo Donne, Vita, Libertà sul Premio Nobel a Narges Mohammadi,l’attivista iraniana premio Nobel per la pace 2023 di cui riportiamo integralmente il contenuto.

Donne, Vita, Libertà di Patrizia Torricelli

Un’altra donna iraniana, dopo la giurista Shirin Ebadi alla quale fu assegnato nel 2003 e che oggi vive in esilio, riceve quest’anno il Nobel per la pace in ragione del suo impegno a favore delle donne in Iran. Una prova ulteriore, se mai ce ne fosse stato bisogno, del persistere di un problema – ossia, l’oppressione violenta delle donne in Iran – che le misure adottate dal regime teocratico iraniano, dopo le sanguinose proteste di piazza, non sono riuscite a cancellare.

È di questi giorni la notizia che un’altra giovane donna, di appena sedici anni, Armita Garawand, è stata ridotta in fin di vita dalla polizia morale perché non indossava il velo. Donne, Vita, Libertà, recita lo slogan che il movimento scandisce. Sintesi perfetta dello spirito che lo anima.  Libertà di essere sé stesse. Libertà di pensare. E Libertà di vivere. Che in Iran non è affatto scontata se le prime due non sono nemmeno contemplate. In nome di un costume atavico, vissuto non come patrimonio culturale apprezzato perché conserva memoria della grandezza storica di un popolo e di un suo stile, ma imposto per legge – nonostante il tempo lo abbia ormai svuotato della sua funzione sociale originaria – il diritto alla vita è soppresso e sostituito dalla punizione della morte. La morte fisica o civile. Vita, gridano, non a caso, le donne iraniane sostenute dagli uomini che coraggiosamente le affiancano nelle piazze. Libertà di vivere con gli stessi diritti di tutti. Senza rassegnarsi alla negazione di sé stesse subendo passivamente le vessazioni di una aberrante polizia morale.

La morale, quando si fa impropriamente legge dello Stato, dotandosi addirittura di una propria polizia, inaugura un paradosso odioso. Dimenticando di essere solo un luogo dell’anima – dove si distingue il bene dal male per permettere l’esercizio del libero arbitrio – dà al male il potere sul bene. Fino a consentire la morte – estremo male – di colui di cui si vuole il bene. Né basta, a giustificare la colpevolezza di chi compie tali atti efferati, la presunzione di essere i guardiani della volontà divina. Sono gli uomini a avere il concetto di Dio. Sempre incarnato da un suo profeta che ne diffonde il verbo poi declinato da ogni religione a modo suo. Non viceversa. Il contrario è una falsità dai contorni sempre tragici. Come ben abbiamo imparato in questi nostri anni segnati dalla violenza del fanatismo con la sua scia di sangue.

Narges Mohammadi

È in carcere Narges Mohammadi. Condannata a 31 anni di reclusione e 154 frustate, retaggio di un costume islamico medievale. Resiste a violenze, soprusi, patimenti. Riesce a farlo, probabilmente, perché già da un carcere proviene. Che ha altri muri – quelli di casa – più o meno spessi, con finestre serrate o appena dischiuse e vincoli che ogni donna si porta appresso anche quando esce fuori, avvolta in burka e veli che le vietano di mostrare la propria femminilità. Prigioni le cui serrature si possono scardinare solo dall’interno, se si vogliono custodire nella propria mano le chiavi che ne potranno poi sempre aprire le porte. Diventando, solo allora, libere di essere se stesse. Padrone finalmente della propria volontà. “Non smetterò mai di lottare per la democrazia, la libertà e l’uguaglianza in Iran, anche se trascorrerò il resto della mia vita in prigione” ha dichiarato Nages Mohammadi. Poco importa, certo, se fuori o dentro il carcere al quale tutte le donne iraniane sono, in varia misura, condannate dal regime degli Ayatollah. Finché, almeno, la Vita e la Libertà non torneranno a incontrarsi e le Donne potranno smettere di rivendicarle a costo del proprio sacrificio. I Nobel per la Pace degli ultimi anni “dimostrano che la democrazia è in declino” ha dichiarato, a margine della cerimonia, la Presidente del Comitato Berit Reiss-Andersen, precisando che, ancora una volta, il premio è stato assegnato a una persona che conduce la sua lotta per la promozione dei diritti umani e delle libertà da un carcere.Certo il pericolo paventato è reale. Ma, forse, non del tutto vero. Forse, le cose possono essere viste anche in un’altra prospettiva, più confortante. Forse il monito che il movimento Donne, Vita, Libertà lancia al resto del mondo è un altro. Perché, a ben vedere, le voci delle donne che dall’Iran oggi si alzano – prigioniere di un destino di recluse che le vuole invisibili – ci dicono che l’anelito alla libertà è universale. Ci dicono che l’aspirazione alla democrazia riappare dovunque, per quanto repressa, e incessantemente.  Ci dicono che essa resta il sistema di vita civile migliore che l’umanità, finora, abbia saputo concepire per coniugare libertà personali e obblighi collettivi e farne una risorsa cui attingere per guadagnare sicurezza e prosperità.   E che, pertanto, la democrazia rimane la più ambita da chi di tali libertà di vita è privo e non gode degli stessi benefici.Soprattutto, ci dicono che – oltre al Nobel – l’omaggio migliore che la democrazia può rendere alle donne dell’Iran è l’impegno a perfezionarsi sempre più per offrire una sponda ancor più sicura a chi in essa ripone le proprie speranze di libertà e giustizia, da altri negate. L’impegno, preso senza titubanze, a pretendere di essere il presupposto ideale inalienabile su cui ogni ragionamento da fare sui destini del mondo si deve incardinare prima di immaginarne un altro, di mondi da abitare, preferibilmente migliore. Pieno di Vita e di Libertà, come reclamano a gran voce le Donne dell’Iran preconizzando un futuro di speranze esaudite da cui nessuno, certamente, può voler essere escluso.

Patrizia Torricelli

 

 

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