Duccio Galimberti, eroe nazionale della Resistenza

La figura di Tancredi Achille Giuseppe Olimpio Galimberti, detto Duccio, ha lasciato una scia luminosa nella storia italiana del novecento e il suo esempio ha attraversato i decenni rimanendo indelebile nella memoria di coloro che l’hanno conosciuto. E’ stato un avvocato penalista, un partigiano e antifascista irriducibile trucidato dai fascisti italiani della Repubblica Sociale di Salò . E’ stato insignito da onorificenze quali la Medaglia d’oro al valor militare, la Medaglia d’oro della resistenza e infine è stato proclamato Eroe Nazionale dal Comitato di Liberazione Nazionale. Duccio Galimberti era nato Cuneo nel 1906 e la sorte infame volle che morisse nella sua stessa città natia. Il padre Tancredi aveva ricoperto l’incarico di ministro delle Poste con il Presidente del Consiglio Giuseppe Zanardelli che poi nel periodo del fascismo divenne senatore, mentre la madre Alice Schanzer era una studiosa e poetessa di origini austriache. Laureatosi in legge a Torino esercitò l’attività di avvocato, divenendo anche un raffinato studioso di problemi giuridici. Poco prima di morire si rese autore di una bozza di riforma agraria a dimostrazione della sua capacità di guardare al futuro.

Duccio Galimberti
Si affermò nell’ambito professionale e fece una precisa scelta di non scendere mai a compromessi con il regime di Mussolini, nonostante le posizioni politiche del padre potevano lasciare presagire una sua adesione al fascismo . Anzi quando fu il momento della chiamata obbligatoria alle armi decise di svolgere il servizio di leva come soldato semplice in quanto per poter frequentare il corso di allievo ufficiale avrebbe dovuto iscriversi al Partito Nazionale Fascista. Era cresciuto nel culto di Giuseppe Mazzini di cui era una fervido ammiratore e la sua ispirazione antifascista ebbe inizio già a 24 anni dopo la laurea. Tra il 1940 e il 1943 cominciò a organizzare un opposizione silente al fascismo divenendo in breve tempo un fondatore del Partito d’Azione prevalentemente composta da intellettuali di giovane età che maturarono gli ideali di libertà e democrazia.
Galimberti era dotato di grandi doti oratorie e di una personalità carismatica e si mosse in quegli anni soprattutto nella sua città mettendo insieme personalità di convinzioni democratiche e anche giovani inseriti nelle organizzazioni universitarie fasciste che iniziavano a maturare ideali di rifiuto del regime fascista. Il giovane avvocato uscì allo scoperto subito il Gran Consiglio del Fascismo del 25 Luglio 1943 che mise fuori gioco Mussolini e il giorno dopo , il 26 luglio del 1943 fece un comizio epico affacciandosi dalla finestra del suo studio che dava sulla piazza Vittorio di Cuneo infiammando tra gli applausi la folla convenuta in quella che sarà poi chiamata in suo onore Piazza Galimberti. Ci fu l’intervento della polizia e le persone che avevano ascoltato il comizio furono manganellate. E lo stesso giorno parlò in un comizio a Torino in cui si riferì al proclama del generale Badoglio gridando affermò “Sì, la guerra continua fino alla cacciata dell’ultimo tedesco, fino alla scomparsa delle ultime vestigia del regime fascista!”. Fu un’arringa colma di consapevolezza e coraggio inconsueto che pose le basi per la nascita della Resistenza al nazifascismo nel Cuneese. Dunque nello studio di Galimberti prese vita una delle prime formazioni di partigiani che ambiva all’Italia libera, ispirata all’ideologia del partito d’Azione. In seguito queste frasi venne arrestato e tenuto in carcere per tre settimane con un mandato di cattura delle autorità badogliane.
Il suo ruolo nella resistenza fu di primo piano e il suo studio legale divenne dopo l’armistizio divenne un centro operativo per l’organizzazione della lotta armata popolare. L’intrepido avvocato non riuscì a convincere il Comando militare di Cuneo a opporsi in armi all’avanzata dell’esercito tedesco che calò dal Brennero nel territorio italiano. A quel punto Duccio decise con l’amico Dante Livio Bianco insieme ad altri dieci partigiani di recarsi in Valle Gesso per formare il primo nucleo della banda partigiana Italia libera.

Duccio Galimberti
Nello stesso momento in Valle Grana Giorgio Bocca e Benedetto Dalmastro e tanti altri ancora formarono un analoga banda dalla quale poi nacquero le Brigate Giustizia e Libertà. Galimberti si occupò della struttura organizzativa dei nuclei partigiani e guidò sin dal primo momento la lotta contro i nazifascisti. In particolare l’avvocato curava il reclutamento di nuovi partigiani, valutando attentamente il profilo etico e l’affidabilità di chi intendeva arruolarsi proprio per l’alto rischio che potessero arrivare tra le file dei partigiani delle spie fasciste.
Duccio Galimberti era dotato di una grande cultura e di una rara capacità progettuale oltre che di una grande umanità e sensibilità morale. Era sempre sorridente e affettuoso, nonostante le crudeltà che si vivevano a quell’epoca non perse mai il suo equilibrio e la sua saggezza. Evitava con tutta la sua autorevolezza le rappresaglie ritenute dai partigiani indispensabili sui tedeschi e i fascisti che avessero infierito sulla popolazione civile. Si trasferì in Valle Grana e lì mise in piedi un lavoro di organizzazione delle unità partigiane da cui presero vita le Brigate Giustizia e Libertà del Cuneese. A metà gennaio 1944 i tedeschi fecero un’incursione militare massiccia nella posizione di San Matteo e i partigiani riuscirono a contrastare con una tattica elastica l’esercito tedesco facendo fallire il loro piano. Sempre nel mese di gennaio Galimberti venne ferito durante un rastrellamento e curato in una stalla di Rittana da un medico donna di origine ebrea e polacca, la quale era riuscita a sfuggire alle retate e deportazioni naziste arruolandosi nella lotta partigiana. La salute di Galimberti dovuta alle ferite si aggravò e fu costretto ad andare all’Ospedale di Canale. La convalescenza avvenne nelle Langhe dove Galimberti si rifugiò e quando si riprese venne nominato comandante di tutte le formazioni Giustizia e Libertà del Piemonte nonché loro rappresentante nel Comitato militare regionale. Duccio era lungimirante e vedeva nel futuro un’Europa Federalista e proprio il 22 maggio 1944 a Barcelonnette sottoscrisse un patto di collaborazione e di amicizia con i “maquisards”, partigiani francesi. Ottenne anche che si combattesse insieme, le bande partigiane francesi e italiane che operavano nella Valle d’ Aosta. Subito dopo si trasferì a Torino iniziando ad esercitare l’incarico della direzione militare regionale. Il nuovo compito affidatogli era particolarmente rischioso e lo esponeva ai pericoli delle ritorsioni dei nazi fascisti. Accadde l’imponderabile con una delazione tesa a fare catturare il valoroso avvocato e così Galimberti venne arrestato il 28 novembre 1944 in una panetteria di Torino, dove c’era il centro recapito del Comando partigiano. Ci furono frenetici e convulsi tentativi delle forze della Resistenza di operare uno scambio di prigionieri con i tedeschi. Fu tutto inutile in quanto i tedeschi ritenevano Galimberti una figura importantissima per la resistenza partigiana, un uomo troppo intelligente per essere lasciato libero di rientrare nelle file dei partigiani. A questo punto successe un fatto incredibile e nel pomeriggio del 2 dicembre, un gruppo di fascisti dell’Ufficio politico di Cuneo andò a Torino per prelevarlo dal carcere. Venne trasportato nella caserma delle brigate nere di Cuneo dove fu sottoposto a interrogatorio e ridotto in fin di vita dalle sevizie e dalle torture.

La lapide in onore di Galimberti
I fascisti non ottennero nessuna informazione che potesse riguardare le formazioni partigiane della montagna cuneese. In seguito alle atroci sofferenze inflitte dai suoi aguzzini Duccio morì a soli 38 anni e il mattino del 3 dicembre il suo cadavere venne caricato su un camioncino e portato nei pressi di Centallo dove venne abbandonato ai margini di un campo dopo avere effettuato una finta fucilazione. Per ritorsione il 12 dicembre il comando militare partigiano del Piemonte dispose una rappresaglia ed emanò l’ordine che declamava le seguenti frasi “Passare per le armi 50 banditi delle brigate nere per vendicare la morte del comandante Tancredi Galimberti”
La vita e l’esempio di Duccio Galimberti rinnovano una delle migliori pagine della lotta per la liberazione della patria perché il suo spirito era europeista e repubblicano scevro dai nazionalismi proprio secondo il credo mazziniano. Se fosse vissuto l’avvocato sarebbe divenuto una delle personalità più importanti dell’Italia democratica. Mentre resta il ricordo da tenere vivo di un eroe nazionale che ha onorato l’Italia
La vita di Duccio Galimberti rinnova una delle migliori pagine della lotta per la liberazione della patria perché il suo spirito era europeista e repubblicano , scevro dai nazionalismi proprio secondo il credo mazziniano. Se fosse vissuto l’avvocato sarebbe divenuto una delle personalità più importanti dell’Italia democratica. Mentre resta il ricordo da tenere vivo di un eroe nazionale che ha onorato l’Italia sacrificando la vita per valori nobili e supremi a cui non fu mai disposto a rinunciare. Qualche giorno fa Duccio Galimberti è stato rievocato durante il Premio Giovanni Pappalardo conferito alla memoria del Ten.Col. Giuseppe Longo. Quest’ultimo ebbe modo di conoscere l’avvocato in Piemonte per avere combattuto insieme a lui la lotta partigiana e rimase profondamente segnato dall’audacia di Galimberti al punto cha appena tornato alla vita civile si battè per dedicare una via in ricordo di questa nobile figura nel Comune di Santa Venerina.