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Intervista a Roberto Tufano,Presidente della Giuria Premio B.Andò “La Sicilia è condizionata da una terrificante insularità d’animo'”

Roberto Tufano è un docente di Storia Moderna all’Università degli Studi di Catania e nell’edizione 2023 del Premio B. Andò ricopre l’incarico di Presidente della Commissione Esaminatrice degli elaborati che i giovani alunni degli Istituti Secondari di Giarre dovranno svolgere lunedì 13 novembre. Intanto stanno per iniziare le conferenze propedeutiche dell’argomento di quest’anno che è “Prospettive di insularità. Condizioni socio-economiche della Sicilia”, tema abbastanza ampio forse ostico e sconosciuto per le comunità che adesso si innesta nella proposta di modifica della Costituzione. E’ un argomento che implica la relazioni che intercorrono tra centro e periferia di uno Stato e devono trovare attuazione nella modifica dell’art.119 della Carta Costituzionale.

Il prof.Tufano è uno studioso sensibile e puntuale sull’evoluzione storica del  pensiero meridionalista e sulla  necessità di riconsiderare il Sud nella Storia d’Italia dalle grandi inchieste di Sonnino e Franchetti sino ai nostri giorni. Insiste nel dibattito odierno l’idea prevalente tra gli storici più avveduti dell’occasione mancata nel processo di riunificazione nazionale anche se sono stati compiuti enormi passi in avanti.  In modo particolare oggi le normative sull’insularità rischiano di divenire l’ennesimo specchietto per le allodole dopo il fallimento per la Sicilia dell’Autonomia Speciale. Si tenta in qualche modo di compensare la prossima approvazione dell’autonomia differenziata che riguarda alcune regioni del Nord(Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna) adottando provvedimenti che migliorino le condizioni svantaggiose dei collegamenti marittimi e aerei e assumendo provvedimenti per introdurre la fiscalità di vantaggio per le imprese e i cittadini.

Non si tratta solo di tutto ciò, c’è ben altro da evidenziare ,però la questione meridionale è scomparsa dalle agende di governo,dalle priorità delle classi dirigenti e ho deciso di porre alcune domande a Roberto Tufano su un’ attualità che scotta e modifica la vita sociale con decisioni che incideranno profondamente sulle popolazioni.

Possiamo spiegare con parole povere cosa intende per insularità?

Nell’accezione comune con il sostantivo ‘insularità’ s’indica quella condizione di un territorio che costituisce un’isola, cioè una porzione di terra circondata interamente dalle acque. Ma il problema si complica quando da quella condizione fisica si passa a considerare per estensione l’insieme delle caratteristiche psicologiche, morali, spirituali proprie di chi vive su un’isola. Ad esempio -solo uno tra i tanti possibili- per Tomasi di Lampedusa la vita dei siciliani è condizionata sia da fatalità esteriori, naturali e storiche, sia da una predisposizione d’animo ch’egli definisce come una ‘terrificante insularità d’animo’. Traducendo questa formula in altri termini, essa indica la sostanziale incapacità del siciliano a socializzare, per costruire una collettività coesa ed accomunata da una progettualità generale, da imprese comunitarie ed esperienze condivise. L’isolamento determinato dalla natura geografica della Sicilia s’accoppia ad un pessimo spirito pubblico, che consisterebbe in una ‘cordiale asocialità’ dei suoi abitanti: tanta disponibilità affettiva individuale, ma poca capacità di fare squadra, di creare un sistema virtuoso. Ecco qui, in estrema sintesi, l’accezione che prevale in generale per intendere l‘insularità siciliana. Occorre però rispondere alla domanda se essa tragga origine da un pregiudizio, o da una verità storicamente fondata? Sebbene, io propenda per questa seconda spiegazione, tuttavia occorre che si prendano anche in debito conto le innumerevoli eccezioni a questa regola, perché esse fanno parte a pieno titolo della storia siciliana più ‘gloriosa’.

La Sicilia e il Mezzogiorno sono parti d’Italia mal governate e anche dimenticate dallo Stato centrale. Cos’ è successo in questi anni?

La politica dell’Italia unita nei confronti del Mezzogiorno ha sempre seguito un andamento discontinuo. Il grave degrado della vita amministrativa e dei sistemi di potere locali, lo stato di povertà delle masse popolari furono portati per la prima volta all’attenzione dell’opinione pubblica nei primi anni Settanta dell’Ottocento. Mi riferisco agli studi di P. Villari (coi suoi 17 milioni di analfabeti ed i cinque di arcadi italiani) e dalle inchieste di L. Franchetti e S. Sonnino. Da quel momento, una parte della classe dirigente nazionale iniziò a denunciare l’insufficienza dell’azione dello Stato nel Mezzogiorno, proponendo dei rimedi ai mali. Periodicamente furono varate una serie di riforme promosse dal governo in materia economica, sociale e amministrativa, come l’alleggerimento del carico fiscale, alcune facilitazioni creditizie e la riforma dei contratti agrari. Dopo il fascismo, negli anni post-bellici, l’agenda politica ha segnato il periodo di maggiore attenzione verso il Meridione. All’ indomani del secondo conflitto mondiale si ebbe, dunque, una vigorosa ripresa dell’azione di denuncia e proposta dei maggiori meridionalisti, nonché dei partiti che si riaffacciavano ufficialmente alla vita politica. Di fronte alla gravità del divario nord/sud finalmente apparirono inutili, anzi dannose, le posizioni della destra liberista, favorevole all’attesa dei tempi lunghi della crescita spontanea dell’economia meridionale. Poi, l’attenzione verso il Meridione è del tutto scomparsa da almeno un trentennio, con la fine della cosiddetta Prima Repubblica. Gli ultimi anni appaiono come i più bui della storia politica italiana riguardo il territorio meridionale.

Esiste una questione settentrionale oppure è un’espressione frutto della propaganda politica ?

La cosiddetta questione settentrionale riguarda in grande parte aspetti della riconversione industriale, semmai, non già i secolari problemi relativi alle difficoltà imposte dall’assenza di strutture logistiche nel Mezzogiorno.

Quali sono le tare principali per lo sviluppo dell’economia della nostra terra?

Innanzitutto, l’insularità, ma da intendersi solamente come espressione di ultra-perifericità. Cioè a dire che non tutti i territori isolani sono zone depresse economicamente: basti pensare al glorioso impero britannico, o, in tempi più recenti, alla ‘siciliana’ isola di Malta. Poi, la criminalità organizzata, che oggi appare molto ridimensionata, anche perché nella lotta ad essa si sono scritte le pagine più eroiche della società siciliana e delle istituzioni statali nazionali. Oggi, purtroppo, ad avere effetti ancora più devastanti sul tessuto produttivo è la cosiddetta mafia dei colletti bianchi: dotata di perfida ambiguità, tollerata dal costume prevalente nelle mentalità collettive italiane (il cui specchio è l’ordinamento giuridico che consente ampi margini di manovra e di perdono a chi delinque, anche in modo seriale) essa è l’ostacolo più pericoloso che alligna nello spazio delicato del dialogo tra impresa privata e Enti pubblici.

 Sembra quasi scomparso il pensiero meridionalista che ha avuto nell’intellighenzia nazionale grandi studiosi. Cosa significa l’espressione Mezzogiorno senza meridionalismo?

Sostanzialmente, l’autore di questa formula, il nostro Giuseppe Giarrizzo, di cui sono stato allievo ed amico per lungo tempo, indica con essa l‘assenza pressoché totale di una classe dirigente capace di assumere al centro del pensiero e della prassi politica il Mezzogiorno,com’era invece accaduto regolarmente dall’Unità, e fino ai governi del centro-sinistra. Grandi intellettuali, soprattutto meridionali, avevano creato un rapporto stretto, dialettico, con il mondo politico, o ne facevano parte. Il tracollo di Prima Repubblica, l’affermarsi della telecrazia e la deriva populista, ha significato anche la fine del dialogo tra intellettuali e potere. Dunque, la fine del meridionalismo come movimento culturale, ricco di contenuti e variamente declinato. Da ciò deriva povertà d’idee e mancanza di coraggio: il PNRR e, prima, i fondi dell’U.E potevano essere una grande occasione per il decollo dell’Isola, ma le nostre classi dirigenti (politici e struttura burocratica) hanno mostrato impreparazione e incertezza. Si consideri ancora che secessione, federalismo e autonomia regionale sono state le parole chiavi di questi trent’anni, senza che a queste vaghe idee sia corrisposta un’azione perequativa del tessuto produttivo e sociale italiano.

Quali idee nuove possono nascere dai giovani da questa edizione del Premio B. Andò?

L’unico vero scopo è quello di offrire ai nostri giovani un’occasione di riflessione sulla propria esistenza meridionale, chiedendo loro di mostrarci coi loro freschi occhi chi siamo e cosa vogliamo diventare.

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Rosario Sorace, nasce a Giarre il 13 maggio 1958;nel 1972, a 14 anni, inizia un intenso impegno politico e sociale. A soli 25 anni diventa segretario regionale dei giovani socialisti in Sicilia e dopo due anni, nel 1985, viene eletto al Consiglio Comunale di Giarre. Successivamente, viene eletto al Consiglio Provinciale di Catania dove svolge la carica di Assessore allo Sviluppo Economico. Nel 1991 viene eletto Segretario della Federazione Provinciale del PSI di Catania. Nel contempo consegue la laurea in Scienze Politiche presso l'Università degli Studi di Catania in cui ha svolto il servizio in qualità di funzionario di Biblioteca del Dipartimento di Scienze Chimiche. È giornalista pubblicista dal 21 maggio 2021. Collabora dal 2018 con i giornali on line IENE SICULE, SIKELIAN, IL CORRIERE DI SICILIA, AVANTI LIVE e PRIMATV ON LINE. Direttore responsabile di CLESSIDRA2021 ,giornale fondato dallo stesso. È un grande di lettore di prosa e scrittore di poesie.

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