La Pesca della Concordia

Se scavassimo e cercassimo fra le tante polemiche che corrono in mezzo alla gente nell’ultimo periodo, sicuramente ci imbatteremmo in quella che ha per protagonista uno dei frutti estivi per eccellenza: la pesca. Ebbene sì, chi lo avrebbe mai detto che una pesca sarebbe diventata il centro di discussione di un’intera Nazione? Non di certo la pesca stessa, la quale, forse, avrebbe preferito starsene tranquilla sopra l’albero piuttosto che stare al centro dell’attenzione; peccato per lei, però, aver avuto successo.
In molti, se non tutti, si sono ritrovati davanti la televisione a guardare la pubblicità (o meglio, il cortometraggio) di una famosa catena di supermercati che ha deciso di inscenare il tema del divorzio e gli annessi sentimenti di una bambina che vorrebbe far riallacciare il rapporto tra i suoi genitori. Come pensa di riuscirci? Ecco qui che entra in gioco la pesca: sapendo di essere il frutto preferito dal padre la compra e gliela regala a nome della madre.
Storia senz’altro commovente, come una parte della popolazione si trova a concordare.
Dall’altro lato, invece, come in una buona polemica che si rispetti, vi è chi non concorda affatto e denuncia questa storia in quanto rappresentazione di una lotta nei confronti di certe tematiche e dinamiche sociali. La pubblicità in questione, stando alle affermazioni di chi appartiene al gruppo dei contro, sarebbe sostenitrice esclusivamente delle famiglie composte da mamma e papà, trasmetterebbe l’idea che il divorzio sia una cosa sbagliata e caricherebbe il figlio (figlia e pesca, nel soggetto specifico) delle responsabilità ai fini di una riappacificazione tra le due parti. Insomma, il messaggio trasmesso viene catalogato come sbagliato nei confronti di chi lo riceve.

Da sempre, la pubblicità, indipendentemente dal suo minutaggio, fa storytelling e, molto spesso, le narrazioni che si propone di raccontare non sono così immediate e necessitano di un’analisi più approfondita che può portare su diversi livelli, oggettivi e soggettivi. È anche vero, bisogna dire, che ancor più frequentemente le narrazioni vengono talmente scomposte che risulta difficile poi riunire i pezzi e quello a cui si giunge è un significato confuso, ribaltato, rispetto a quello che inizialmente si voleva creare.
Magari, anziché cercare il marcio in tutto quello che viene trasmesso a livello mediatico, ci si potrebbe fermare a percepire quello che, probabilmente, era l’idea iniziale: rappresentare nel modo più semplice possibile il divorzio dalla prospettiva della bambina, che guarda fuori dal finestrino della macchina le altre famiglie unite e sorride malinconicamente al ricordo di quello che la sua famiglia era, sperando, con il cuore ingenuo e puro dell’infanzia, che una semplice pesca possa rompere l’incantesimo.
Che, dopotutto, non c’è niente di male nel desiderare la felicità. E che, soprattutto a quell’età, è complesso comprendere che il divorzio, in certi casi, è la strada più corretta per raggiungerla.
Di sicuro, tra la gente che commenta emozionata, la gente che esprime il proprio disaccordo e la stesura di questo articolo, bisogna essere onesti e ammettere che l’obiettivo finale di marketing l’hanno raggiunto: il passaparola. Positivo o negativo che sia, l’importante è che se ne parli.
Andare oltre le righe è doveroso, ma cercare di non alterarle lo è di più.