Intervista ad Orazio Licciardello, Presidente del Premio B.Andò” Occorre superare il fatalismo e la ‘sicilitudine’ “

Da quest’anno per l’edizione 2023 del Premio Biagio Andò il Presidente è Orazio Licciardello, Ordinario di Psicologia Sociale dell’Università degli Studi di Catania. Il professore gode di stima e apprezzamento in tutti gli ambienti possedendo anche una mentalità aperta e propositiva ai temi sociali. Per la XII^ Edizione è stato scelto anche grazie al suo apporto un tema ambizioso e forse complesso da mettere in campo “ Prospettiva di insularità. Condizioni Socio-Economiche della Sicilia”. Su questo leit motiv si dovranno misurare gli studenti del IV° e V° Anno degli Istituti d’Istruzione Superiori di Giarre e Riposto chiamati a compilare degli elaborati per ottenere le borse di studio poste in palio. In premessa si svolgeranno quattro conferenze con altrettanti argomenti collegati tra loro per introdurre elementi di discussione sulle “criticità” della nostra realtà Isolana. I relatori esprimeranno il loro punto di vista, le opinioni mentre gli studenti diranno la propria con elaborati scritti sulle prospettive dello sviluppo sociale ed economico che riguarda giustappunto il loro futuro.

Un’immagine della conferenza stampa del Premio Biagio Andò
Abbiamo avuto un colloquio apertis verbis con il Presidente del premio per spiegarci meglio le finalità e gli obiettivi dell’intera manifestazione.
L’insularità da introdurre in Costituzione può aiutare la crescita economica della Sicilia?
Dipende da come sarà interpretata e soprattutto dalla capacità del nostro ceto politico, dalle competenze dell’apparato burocratico e del mondo imprenditoriale, di coglierne tutte le opportunità. Non va certamente sottovalutato l’apporto della cosiddetta società civile.
In che cosa ha fallito l’Autonomia Speciale che era appunto lo strumento principale per superare il sottosviluppo ?
L’incapacità di “volare alto”, in generale da parte della politica e della classe dirigente. Con pochissime eccezioni, si è preferito utilizzare l’autonomia distribuendo prebende, un clientelismo di bassa lega, funzionale al consenso elettorale. La Sicilia, per la sua posizione geografica e le ricchezze culturali e naturali di cui dispone, avrebbe potuto (e potrebbe) aspirare a diventare “l’ombelico” del Meditarraneo, la punta di diamante di quel processo di espansione a Sud al quale l’U.E. da decenni ha mirato e per il quale ha investito tante risorse (penso, ad es., a Barcellona 1995 e 2010; Parigi, Euromed 2008, etc.), sostanzialmente fallendo l’obiettivo.
Prima c’erano i migranti con la valigia di cartone ora abbiamo la migrazione intellettuale. Andiamo verso la desertificazione sociale?
E’ un rischio che si corre, anche se conosco tantissimi giovani qualificati che si industriano per restare, mettendo a disposizione del sociale e delle Comunità intelligenza, energie, competenze e progettualità. Insieme alle necessarie riforme strutturali è, tuttavia, indispensabile un radicale cambiamento culturale. Occorre superare quella sorta di fatalismo diffuso, quella sorta di “sicilitudine”, caratterizzata dall’isolamento sociale e dalle ambivalenze nel rapporto con la propria terra, cui hanno contribuito molti dei nostri illustri Autori (Verga, Tomasi di Lampedusa, Pirandello, Sciascia, Bufalino); occorre adottare metodologie formative adeguate a supportare i giovani nella costruzione di atteggiamenti funzionali alla loro autonomia (altra cosa dell’individualismo), in assenza della quale si rischia di diventare socialmente dipendenti, ed alla capacità di cooperazione, indispensabile in un mondo che cambia secondo una progressione ormai di tipo geometrico, per la quale è necessario sapersi confrontare positivamente con culture e competenze anche molto diverse dalle proprie, imparando a considerarle come possibili risorse e non come limiti, cui necessariamente contrapporsi.
La Sicilia è al centro del Mediterraneo. In che modo può rinascere l’isola e che ruolo può svolgere verso il Nord Africa e l’Europa?
Come a suo tempo ha rilevato il nostro Giuseppe Giarrizzo, la storia dell’isola, luogo di incontro e scontro tra popoli e civiltà di natura diversa, ne ha fatto una realtà culturalmente policentrica, che potrebbe riassumersi nella formula “Sicilia continente”. Proprio queste caratteristiche potrebbero risultare funzionali all’assunzione del ruolo di “Sicilia ponte” tra i Paesi che si affacciano sul Mediterraneo, o che aspirano a farlo (come ad es. il Marocco) ed i Paesi dell’U.E. Occorre, però, cambiare prospettiva e progettare percorsi di integrazione culturale e cooperativa che vanno oltre gli scambi puramente economici, sviluppando anche rapporti funzionali alla coniugazione delle differenze culturali ed al superamento di (reciproci) antichi pre-giudizi e radicate preoccupazioni: per un verso, ricordiamo che il ”mare nostrum” era tale poiché Roma se ne era appropriata, per l’altro, che sino a tempi recenti le nostre coste erano popolate da Torri per l’avvistamento degli aggressori saraceni ( l’espressione “mamma li Turchi” è, in tal senso, indicativa).
Insisti giustamente sui progetti del PNRR(Piano di Ripresa e Resilienza) ben 31 bocciati dall’Unione Europea. Siamo incapaci e come si può invertire questo declivio burocratico, amministrativo e politico?
L’apparato burocratico, cui spetta di tradurre in pratica le determinazioni della politica, svolge un ruolo fondamentale e, nei fatti, dispone di un rilevante potere effettivo (implementato dalla famosa Riforma Bassanini). Nulla quaestio se il personale assolve alla funzione di “civil servant” disponendo di competenze professionalmente adeguate alla complessità richieste dai compiti cui è preposto, prescindendo dai possibili effetti di eventuali appartenenze (anche semplicemente di tipo ideologico) e coniugando i Diritti ed i Doveri connessi al ruolo che svolge. Stante ai risultati è quantomeno azzardato sostenere che, in atto, ciò costituisca la norma prevalente nei vari ordini e gradi della Burocrazia a livello dell’Amministrazione Regionale e degli Enti Locali.
In tale quadro, appare evidente l’esigenza di cambiare la cultura organizzativa della P.A., obiettivo complesso, poiché si tratta di processi psicologici e relazioni di potere fortemente radicati, ma indispensabile per una reale svolta dell’Isola verso un futuro diverso.
Nello specifico, e a breve, si potrebbe, intanto, pensare a delle attività formative finalizzate a rendere la macchina burocratica più efficiente ed efficace, valorizzando le risorse umane e coinvolgendo anche la rappresentanze sindacali.
A livello più generale, è necessario puntare sulla formazione delle nuove generazioni per creare risorse professionali adeguate e agire affinché ciascuno si consideri e agisca come Cittadino e non come suddito.
Fondamentale, in tal senso, una qualità dell’offerta scolastico/formativa che produca maggiore intelligenza pro-attiva e meno analfabetismo funzionale (molto più elevato della dispersione scolastica, che forse ne è anche l’effetto: andare a Scuola per non acquisire le competenze necessarie per affrontare le sfide della Società della discontinuità, ma per avere un “pezzo di carta” appare del tutto inutile).
Si tratta, per richiamare, Crozier, di “Educare alla libertà” e di creare le condizioni soggettive ed oggettive per realizzare la Cittadinanza attiva, in modo che ciascuno si senta anche attore fondamentale del proprio futuro e del sociale nel quale vive ed opera.
Pensi che si giungerà all’approvazione dell’autonomia differenziata per le tre regioni coinvolte?
E’ difficile fare delle ipotesi. Considerato che la proposta trova delle sponde anche nell’ambito delle Regioni amministrate dall’opposizione, è probabile che alla fine si troverà l’accordo per delle forme intermedie. Ancora una volta, però, si tratta di capire come verranno utilizzate i margini dell’Autonomia ottenuti (e/o residui).
La tua idea è quello dello sviluppo della cittadinanza attiva per formare i giovani ad avere agnizione e cognizione di sé stessi.
Infatti. Si tratta di adottare metodologie formative funzionali a supportare nei giovani un orientamento al sociale nei termini che Serge Moscovici definisce di “tipo genetico”: ovvero una visione del proprio futuro come funzione anche del personale impegno e della capacità di cogliere le opportunità che il sociale offre, anche individuando possibilità in ciò che, a prima vista, potrebbe sembrare un limite. In altri termini, occorre superare l’orientamento che Moscovici definisce “funzionalista”, per il quale la realtà ed il proprio ruolo vengono rappresentate come predeterminate ed immutabili, per cui altro non resterebbe che trovare la ”propria nicchia” (il “posto” o altro), fidando negli appoggi di “coloro che possono”. Orientamento, quest’ultimo, funzionale alla dipendenza (del politico di turno e non solo) che negli ultimi anni si è fortemente diffuso, e che risulta utile ad un potere che, al di là delle forme che assume, al fondo risulta sostanzialmente di tipo mafioso.
Il premio punta ad aprire una vasta riflessione non solo tra i giovani. Non credi che ci sia sempre più marcato il disagio verso la realtà e l’estraneità a questi temi ?
Le ragioni del disagio son certamente tante. Tra queste, gioca un ruolo importante la martellante attività mass-mediatica tesa a rappresentare la politica e le Istituzioni come luoghi del malaffare, con disastrosi effetti di disaffezione verso diritti ottenuti a mezzo di lotte e sacrifici. Tutta la realtà viene rappresentata in negativo: laddove un raffronto con il passato, seriamente condotto, consentirebbe di cogliere, insieme alle ombre, che indubbiamente esistono, anche le moltissime luci della società attuale. Si fa ricorso a termini assoluti laddove dovrebbero più correttamente concettualizzati come relativi (penso, ad es. al concetto di povertà). Le diseguaglianze sono indubbie ma la qualità della vita e del vivere civile, così come le possibilità di cui oggi godiamo, e i giovani in primis, sono per tutti senza raffronto rispetto ad un passato anche abbastanza recente.
Un ruolo fondamentale svolgono gli effetti che derivano dalla crescente velocità dello sviluppo tecnologico, per cui il nostro tempo si caratterizza sempre più come società della discontinuità. Sono saltate le certezze del passato (peraltro, spesso di tipo negativo) e questo crea delle ansie rispetto al futuro. Nel merito, in tanti del modo intellettuale “compiangono” i giovani per l’incertezza del loro domani, laddove sarebbe più utile fornire loro strumenti funzionali ad una progettualità di vita fondata sulle certezze delle proprie competenze e sulla capacità di utilizzarle per acquisirne di nuove e adeguate alle sfide che dal cambiamento sociale derivano.
Che contributo ideale può venire oggi dai ragazzi delle scuole?
I ragazzi oltre a rappresentare il futuro sono anche parte fondamentale dell’oggi ed il loro contributo può diventare decisamente importante. Si tratta, però di superare sia l’acquiescenza rispetto all’esistente, con i connessi rischi del’ “affiliazione”, sia il “ribellismo a-progettuale”, spesso prodromico della svolta autoritaria. Attese le caratteristiche della società della discontinuità, può risultare decisiva la progettazione auto-creativa, fondata sulla capacità di leggere i dati della realtà e individuarne le potenzialità, ciò che implica l’esigenza di metodologie formative, peraltro già da tempo suggerite dagli organismi dell’U.E. e quelli Nazionali (cfr., ad es., MURST-MPI, “L’orientamento nelle scuole e nelle università”. Ministero dell’Università e della Ricerca Scientifica e Tecnologica, Roma, Anno VIII, 2, 1997 (Inserto). Sono tematiche che da sempre tratto nei miei Corsi Universitari ed in gran parte riscontrabili nel mio Volume, Istituzioni e Cambiamento, Angeli, Milano 2016.)
