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Intervista allo scrittore Pasquale Almirante:”La Sicilia serve arretrata, ma non è irredimibile”

Pasquale Almirante, detto Mimmo,  nato a San Cono 72 anni fa, è stato docente di Lingue e Letteratura straniera nei licei; inizia come giornalista pubblicista dal 1985, divenendo molto prolifico, e scrive per il giornale on line “Tecnica della scuola”, naturalmente molto letto dagli operatori scolastici, e collabora anche con “La Sicilia” di Catania. Scrive pure per testate che si occupano di artigianato e arte. 

Ha scritto libri assai stimolanti in cui la Sicilia è sempre in primo piano a partire da “Omaggio a San Cono” a “Immagini San Cono” nei quali racconta le sue origini di cui va fiero, anche se oggi vive a Trecastagni.

Ha scritto “I racconti del barbiere” (Emil Edizioni),  una raccolta di brevi narrazioni di vita contadina, apparsi già sul quotidiano La Sicilia. Ma prima ancora un libro importante è stato “Da Pasquale a Giorgio Almirante. Storia di una famiglia d’arte” (Marsilio 2016) in cui si narra delle vicende di una famiglia che si è dedicata al teatro tra la metà dell’800 e i primi del ‘900. Una saga familiare di diverse generazioni da gustare con il palato raffinato e l’occhio curioso per assaporare le biografie di ciascun Almirante partendo dai figli di Pasquale e di Elisabetta Quintavalle: da Michele, il papà di Italia; a Pietro, da cui deriva l’autore; a Giuseppina che, sposata con Luigi Garzes, diede al teatro Francesco e Arturo; a Nunzio da cui nacque Luigi, il primo interprete dei Sei personaggi in cerca d’autore di Pirandello; e poi Ernesto, che troviamo con Fellini e Germi; a Giacomo e quindi Mario, il padre del politico Giorgio, apprezzato regista cinematografico negli anni del muto.

L’autore in tal modo cerca il pretesto per dipanare le suggestioni di un mondo del teatro che si muove ancora su carrozze per rappresentare nei teatri dei paesi della Sicilia, e non solo,  un’umanità varia e speranzosa, elargendo pure, sul palcoscenico, l’idea di Nazione a popolazioni che di Unità d’Italia poco sapevano. Ma è pure l’occasione, questo libro, per esplorare il teatro siciliano con tutte le compagnie di giro che fino a metà del Novecento portavano questa particolare arte in ogni angolo dell’Isola.

Adesso  Almirante ha scritto un libro “Il bandito e Margherita”  che sta riscuotendo grande attenzione e interesse. Narra di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, l’autore del Gattopardo, e di Giacomo Etna, alias Vincenzo Musco, giornalista e scrittore, i quali si incontrano casualmente a San Cono nel 1952, convenuti in quel luogo proprio a causa dell’uccisione a colpi di lupara di due banditi, di cui l’intera stampa nazionale si è occupata.

Così i due, lo scrittore e il cronista, apprendono delle efferate gesta del bandito Vincenzo Lemuro e pure del suo tenero amore verso una donna, Margherita.

Una occasione per descrivere da un lato la vita dei banditi, fatta di violenza e sopraffazione, di sequestri e prevaricazioni, ma dall’altro anche dell’esistenza laboriosa e dura dei contadini oppressi da povertà e indigenza in una Sicilia ancora per certi versi feudale.

“Il bandito e Margherita” si può ben definire un romanzo storico, sull’esempio dei romanzi d’appendice di stile ottocentesco, che elargisce tuttavia una narrazione elegante, puntuale e dettagliata. Nella storia d’amore tra il bandito e la donna vi è la Sicilia nell’incontro/scontro fra una spiritualità alta contro la barbaria criminale.

 L’abbiamo intervisto ed ecco le risposte che ci ha dato.

Da giornalista a scrittore il passo è breve?

Diciamo che si compendiano. Il giornalista indaga le fonti per il suo articolo e poi cerca di restituire quella realtà al lettore, mettendoci anche parte, talvolta inconsciamente, della propria sensibilità.

Così nella scrittura di un saggio, dove però il respiro è più lungo, più sofferto, più meditato anche perché non è condizionato dalla “misure” che l’articolo impone. Il romanzo è invece un genere a parte e a seconda dell’argomento: da un lato le fonti, se è storico, dall’altro una grande dose di fantasia e capacità descrittiva, insieme alla resa tangibile dei personaggi. Che non è operazione facile.  

La Sicilia ha ispirato sempre i suoi romanzi. Ci spiega le ragioni di questa scelta?

La Sicilia è il luogo del romanzo, essendo essa stessa un romanzo. Lo sosteneva Sciascia. Ricordo pure che ha dato al mondo due Nobel per la letteratura. E poi possiede tante di quelle storie, di paesaggi straordinari, eventi, fatti, circostanze che ben possono rappresentare il mondo intero. Se considera che da un paesino come San Cono ho tratto una trentina di racconti, che potevano essere anche romanzi, si capisce quale grande e variegata umanità nella nostra isola vive e si sviluppa.    

Fantasia e realtà si mescolano. Qual è il confine tra banditismo e mafia?

Il banditismo, che è diverso dal brigantaggio post Unitario, in Sicilia nasce con lo sbarco alleato nel 1943, quando c’era in giro una grande abbondanza di armi da guerra, abbandonati dal regio esercito, e pure una gran fame per la requisizione del frumento negli ammassi. Da qui gruppi di sbandati che si uniscono in bande per sequestrare possidenti e feudatari per chiedere il riscatto. Ma rubano anche bestiame e vessano i contadini. Poi lo Stato che si ricostituisce, dopo il 1946, l’occupazione delle terre e la riforma agraria. E questo banditismo lentamente scompare come scompaiono i sequestri di persona.  La mafia è diversa. Quella ha convissuto sempre col potere agrario e col latifondo, e infine con lo Stato a tutti i livelli. Le “Commissioni antimafia”, ancora in vita, ne sono una prova.   

Si sente l’eco delle gesta del bandito Giuliano a lungo mitizzato da un populismo d’antan.

Le vicende che narro nel mio romanzo, Il bandito e Margherita, accadono proprio durante il processo alla banda Giuliano, nel 1952. Anche questi banditi, che operano tra il nisseno e il catanese, tra Mazzarino, Riesi, Gela, Niscemi e San Cono ormai non servono più e subiscono la stessa sorte di Giuliano: ammazzati a colpi di lupara. In più non avevano padroni e osavano sequestrare feudatari della cosiddetta “onorata società”, confliggendo coi poteri forti. Cani sciolti, regolarmente puniti.  

La Sicilia è una metafora del dramma italiano che non si libera del sottosviluppo?

La Sicilia serve così: arretrata. L’Autonomia è una parola vuota ormai. I tassi di abbandoni e dispersioni dalla scuola in Sicilia hanno i picchi più elevati della intera Nazione: il motivo? La miseria e la disoccupazione, e dunque l’ignoranza diffusa, mentre la delinquenza (la mafia storica ha preso le strade degli appalti) trova fra questi giovane manovalanza a buon mercato. Tuttavia nessuno si chiede dove vanno a finire questi ragazzi che abbandonano le aule.     

Che cosa è cambiato nel connubio mafia, politica e affari?

Credo nulla. Nel 1946, come racconto nel romanzo, nelle campagne tra Gela e Mazzarino (CL) furono uccisi otto carabinieri nella Stazione di Feudo Nobile dalla banda di Salvatore Rizzo, detta “dei niscemesi”. Durante la fase del sequestro fu intavolata una trattativa tra banditi e Stato: la vita dei carabinieri in cambio della liberazione di alcuni componenti dell’Evis (Esercito volontario per l’indipendenza della Sicilia). Fallì, ma meccanismi simili sono rimasti ancora. Basta leggere la cronaca dei processi a funzionari della polizia degli ultimi anni. 

Continuerà ancora con queste storie sulla Sicilia?

Credo di sì, anche se ho in cantiere un altro saggio: una biografia, mentre a giorni uscirà una nuova raccolta di racconti, “I racconti della piazza Grande” (Algra). In ogni caso di questo banditismo la letteratura e il cinema nulla hanno narrato, se si esclude la banda Giuliano. E invece fu un fenomeno assai diffuso e di cui la stampa locale a lungo si interessò. Ci furono anche “banditesse” al seguito e una di queste voleva organizzare una banda di sole donne. Nel romanzo ho cambiato i nomi dei personaggi per evitare risentimenti, ma quel Lemuro, che aveva un altro cognome, è realmente esistito, come pure il suo luogotenente, quello trucidato al Bivio Gigliotto insieme con un suo compare.       

La Sicilia è una terra irredimibile?

No, non può esserlo. Prima o dopo dovrà superare in ricchezza anche il Veneto, dove sono riusciti a fare del Prosecco un Patrimonio Unesco. I nostri fichidindia sono da meno? Ma da quelle parti stanno tentando di fare approvare una legge che tuteli il dialetto veneto, facendolo passare per “minoranza linguistica” come è previsto nella Costituzione per il tedesco e il ladino in Trentino, il francese in Val D’Aosta, lo sloveno ecc. Del dialetto siciliano neanche se ne parla. Forse quella intelligenza di cui sempre ci siamo vantati, sta cambiando bandiera. O forse non lo siamo mai stati, intelligenti. Infatti avremmo fatto di questa terra il punto di riferimento dell’intero Paese.

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Rosario Sorace, nasce a Giarre il 13 maggio 1958;nel 1972, a 14 anni, inizia un intenso impegno politico e sociale. A soli 25 anni diventa segretario regionale dei giovani socialisti in Sicilia e dopo due anni, nel 1985, viene eletto al Consiglio Comunale di Giarre. Successivamente, viene eletto al Consiglio Provinciale di Catania dove svolge la carica di Assessore allo Sviluppo Economico. Nel 1991 viene eletto Segretario della Federazione Provinciale del PSI di Catania. Nel contempo consegue la laurea in Scienze Politiche presso l'Università degli Studi di Catania in cui ha svolto il servizio in qualità di funzionario di Biblioteca del Dipartimento di Scienze Chimiche. È giornalista pubblicista dal 21 maggio 2021. Collabora dal 2018 con i giornali on line IENE SICULE, SIKELIAN, IL CORRIERE DI SICILIA, AVANTI LIVE e PRIMATV ON LINE. Direttore responsabile di CLESSIDRA2021 ,giornale fondato dallo stesso. È un grande di lettore di prosa e scrittore di poesie.
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