Intervista all’ex magistrato Maurizio Salustro:”I crimini di guerra sono difficili da punire”

Ci sono civil servant italiani pressoché sconosciuti all’opinione pubblica che hanno svolto con discrezione e rettitudine ruoli di rilievo a livello internazionale mettendo a repentaglio la propria vita. In particolare spicca la vicenda del magistrato Maurizio Salustro, 67 anni , che è stato un tenace, inflessibile ed efficiente pubblico ministero della missione europea Eulex in Kosovo. Tale azione giudiziaria mirava ad indagare sui crimini di guerra verificatisi verso la fine degli anni Novanta proprio nel paese dei Balcani e a processare coloro che si erano resi responsabili di reati contro l’umanità. Si trattava di una missione di grande importanza e rilevante nella difesa dei diritti umani violati, indagini da condurre in mezzo a difficoltà enormi sia di carattere giudiziario sia per la complessità delle procedure. Il magistrato è stato dotato di una scorta armata poiché ricevette più volte minacce dall’Uck, il disciolto Esercito di liberazione in Kosovo, dove a tutt’oggi tali personalità rivestono e detengono le leve del potere nell’apparato dello stato che si è autoproclamato indipendente nel 2008. Per cui ogni richiesta di arresto di Salustro per crimini di guerra contro questi guerriglieri ha prodotto gravi tensioni in quello scenario, conflitti internazionali, manifestazioni protesta, campagne di calunnia. Lo stesso magistrato è stato al centro di polemiche e attacchi mediatici, come per esempio nel caso assai grottesco, in cui il suo cane è stato accusato di avere morso niente meno che una bambina albanese ,non meglio identificata, la quale sarebbe finita in Ospedale e, poi,anche l’accusa infondata al magistrato di essere fuggito dopo tale presunta aggressione. Mentre la realtà è stata solo quella che il cane abbia solo abbaiato alla bambina . Oggi la violazione dei diritti umani è uno dei tempi più scottanti e drammatici e in particolar modo risalta anche nelle guerre la violenza perpetrata con stupri nei confronti delle donne e violenze orrende nei confronti delle popolazioni civili. Ecco che l’umanità tocca livelli di abiezione davvero intollerabili e bestiali. Abbiamo voluto intervistare il valoroso magistrato per sentire la sua opinione su quello che viviamo.
Ci racconta come è giunto all’impegno come magistrato internazionale.
In modo un po’ casuale. Quando lavoravo come esperto presso la Commissione Parlamentare d’inchiesta sulla morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, venne distribuito un bando per partecipare a una missione dell’UE in Georgia. Feci domanda e venni selezionato. Da lì poi ho proseguito con incarichi diversi per 17 anni, in vari paesi, compresi Iraq, Kosovo e Guatemala.
Dopo anni in magistratura la sua esperienza nel Kosovo che tracce ha lasciato nel suo vissuto?
In quello personale, un certo numero di amici di diverse nazionalità. In quello professionale, la conoscenza delle dinamiche di queste missioni internazionali, con le loro luci e ombre.
Le indagini su reati per crimini di guerra sono difficili e farraginose. Ecco cosa si potrebbe fare per semplificarle?
Un’indagine giudiziaria è difficile sia nelle giurisdizioni interne che in quelle internazionali. In queste ultime, per esempio, è difficile eliminare la barriera linguistica e culturale. Personalmente, non ho molta fiducia nella giustizia penale internazionale, troppo spesso troppo pesantemente influenzata da logiche ed esigenze politiche che rispecchiano i rapporti di forza tra gli stati. Penso sarebbe molto più efficace l’opzione della giurisdizione universale ma dovrebbe essere adottata da un gran numero di stati che dovrebbero essere disposti ad affrontarne i costi elevati.
Gli stupri e le violenze sono fatti incancellabili in chi le subisce.
Il segno della violenza resta ma la reazione al trauma è individuale, alcuni non recuperano mai, altri riescono a rientrare in una vita normale. Sarei curioso di conoscere quali sono i fattori protettivi che permettono un tale rientro. Sono certo che ci siano studi sull’argomento. Da ignorante in materia penserei, da un lato al livello di consapevolezza di sé del singolo, alla solidità della propria struttura di personalità e dall’altro al contesto familiare e sociale e al supporto o meno che questo sia in grado di offrire.

Spesso per bieche ragion di Stato si tende a rimuovere o cancellare i crimini commessi dagli eserciti sulle popolazioni civili. Che difficoltà ha trovato nel reperimento delle prove?
Qui il discorso è complesso. Il conflitto in Kosovo è stato combattuto dai serbi da una parte e dagli albanesi kosovari dall’altra, ma non solo. C’è stato anche un sotto-conflitto interno tra gli albanesi sostenitori di Rugova (detto il Gandhi dei Balcani per la sua opzione pacifista) e quelli del Kosovo Liberation Army -KLA- (Limaj, Krasniqi, Haradinaj, anche se questo era un po’ a sé, ecc.). Era facile trovare testimoni dei crimini di guerra commessi dai serbi, anche se poi era difficile identificare i responsabili e quasi impossibile raggiungerli con provvedimenti restrittivi (erano in Serbia, dove noi non avevamo giurisdizione). Più difficile trovarne per i crimini commessi dagli albanesi kosovari contro i serbi, perché i testimoni si trovavano in Serbia. Altrettanto difficile era acquisire prove per i crimini commessi da albanesi contro altri albanesi. I testi sopravvissuti erano riluttanti a testimoniare perché comunque avrebbero dovuto puntare il dito contro altri albanesi ma soprattutto perché avevano una grande paura di ritorsioni cruente, che in alcuni casi si sono verificate.
Adesso piomba nella nostra realtà la guerra di aggressione della Russia all’Ucraina. Si arriverà mai ad un processo contro Putin?
È un pronostico estremamente difficile. Se parliamo della Corte Penale Internazionale, certamente no per quanto riguarda il crimine di aggressione, perché Ucraina e Russia non sono parti del trattato di Roma che è una condizione per la giurisdizione della Corte. Per il resto, mi sembra molto difficile senza la collaborazione della Russia stessa, che è impossibile senza un drastico cambio di regime. Ora si parla di un tribunale speciale, sul tipo di quelli per i crimini nella ex-Jugoslavia o in Ruanda ma il problema rimane quello di “mettere le mani” sui responsabili.
Lei è stato un magistrato anche in prima linea nella lotta al crimine organizzato in Italia. Trova delle somiglianze antropologiche tra le mafie e i criminali di guerra?
Non sono un antropologo. Posso solo dire che il contesto è completamente diverso. Le mafie, specialmente oggi che si è creata una sorta di élite mafiosa, sembrano voler fare sempre meno uso della violenza che attira troppo l’attenzione dell’opinione pubblica e provoca la reazione delle istituzioni. Se poi parliamo dell’intervento nella guerra del Kosovo di organizzazioni criminali preesistenti, questo è un altro discorso e, secondo me, è accaduto.
Il “sonno della ragione” sembra pervadere gli uomini quando entrano in guerra e sembra che il verso della storia non cambi mai.
Beh, le dinamiche storiche a volte si somigliano, anche se i contesti geopolitici non sono mai identici. Quel che mi sembra innegabile è che la guerra scateni impulsi repressi e liberi “mostri” che sono nascosti dentro tutti noi. L’illusione che noi siamo buoni e civili e solo gli altri, primitivi e barbari, siano capaci di atrocità è molto pericolosa. A mio avviso, il passato insegna che non ci sono i buoni e i cattivi. Tutti, individui e gruppi, siamo un miscuglio delle due cose e solo una chiara consapevolezza di questo unita a una ferma vigilanza su noi stessi può, forse, impedire che in contesti di guerra aperta si possano compiere atti che ripugnano al senso di umanità. Un senso che si dovrebbe conservare anche quando ci si affronta con le armi. Il Gen. Erwin Rommel, che non necessita di presentazioni, nel suo libro “Guerra senza odio”, parlando dei comandanti scrive “siate sempre severi con voi stessi e fate che le truppe lo vedano” e ancora “mostratevi sempre pieni di tatto e bene educati”. E lui lo era con i suoi soldati e con i nemici, come questi stessi gli hanno riconosciuto.