Pier Paolo Pasolini, intellettuale geniale e profetico

L’Italia, così come l’Europa occidentale, tra gli anni Cinquanta e gli anni Sessanta conobbe un periodo di grande crescita economica che ne trasformò il volto, facendola passare da Paese a economia prevalentemente agricola a una delle principali potenze industriali dell’Occidente. Questo periodo soprannominato miracolo economico o, ancora più sinteticamente, boom avrà delle ripercussioni sulla società visibili oggi nell’affermazione del capitalismo, nello sviluppo tecnologico e nella cultura di massa. Il progresso materiale, però, ci ha condotti, allo stesso tempo, verso il regresso morale.
In merito a questo mi viene in mente una delle coscienze critiche più belle che siano esistite: Pier Paolo Pasolini. Profeticamente nell’articolo pubblicato originariamente sul Corriere della Sera il 1° febbraio 1975, con il titolo Il vuoto di potere in Italia e poi inserito negli Scritti corsari con il titolo L’articolo delle lucciole, utilizzava l’immagine della scomparsa delle lucciole per rappresentare un cambiamento antropologico e storico della società degli anni 60.
«Nei primi anni Sessanta, a causa dell’inquinamento dell’aria, e, soprattutto, in campagna, a causa dell’inquinamento dell’acqua (gli azzurri fiumi e le rogge trasparenti) sono cominciate a scomparire le lucciole. Il fenomeno è stato fulmineo e folgorante. Dopo pochi anni, le lucciole non c’erano più. (Sono ora un ricordo, abbastanza straziante, del passato…)».
Pasolini vide del buio in quegli anni apparentemente pieni di luce, vide il pericolo di un nuovo potere, che lui definì ancora “senza volto”, caratterizzato dalla sua “determinazione di trasformare contadini e sottoproletariati in piccoli borghesi, e soprattutto la sua smania, per così dire cosmica, di attuare fino in fondo lo Sviluppo: produrre e consumare”; si tratta del potere della nuova società dei consumi e dell’omologazione.
Ritornando all’articolo delle lucciole, esse, in realtà, come ci spiega Pasolini, rappresentarono il confine tra due fasi della politica del nostro Paese, distinguendo due periodi: prima della scomparsa delle lucciole, periodo che coincise con il dominio politico democristiano in cui ci sarebbe stata, però, una continuazione del regima fascista manifestato da “violenza poliziesca, disprezzo per la Costituzione, continuità dei codici, medesimi valori: Chiesa, patria, famiglia, obbedienza, disciplina e ordine”; e il periodo dopo la scomparsa delle lucciole, in cui i vecchi valori, quelli appartenenti ad un mondo ormai scomparso, non contavano più, resi nulli dall’omologazione portata avanti dall’industrializzazione. Pasolini attraverso la metafora delle lucciole ci volle suggerire come in un’ Italia ormai democratica quell’acculturazione e quell’omologazione che il fascismo non era riuscito ad ottenere, il potere di oggi, cioè il potere della civiltà dei consumi, invece riesce ad ottenere perfettamente, distruggendo le varie realtà particolari, togliendo realtà ai vari modi di essere uomini che l’Italia ha prodotto in modo storicamente differenziato.
Forse quel millantato progresso di cui ci sentiamo artefici è allo stesso tempo anche un regresso della nostra stessa umanità. Questa voglia di progresso e di sviluppo ci ha fatto perdere di vista valori che ritenevamo nostri; ci ha omologati e spenti; ci ha resi sordi e ciechi davanti ai bisogni degli altri e alle richieste d’aiuto che ci giungono dalla nostra Terra, così come ci ha reso indifferenti davanti alla scomparsa delle lucciole. Pasolini era disposto, ancorché multinazionale, a dare l’intera Montedison per una lucciola e noi, che ci sentiamo parte, sempre di più, della società dei consumi, siamo disposti a fare lo stesso per una lucciola?